Dal mito alla storia, dalla pace alla guerra: Il canto della caduta di Marta Cuscunà

«Il mito di Fanes è una tradizione popolare dei Ladini, una piccola minoranza etnica (35.000 persone) che vive nelle valli centrali delle Dolomiti. È un ciclo epico che racconta la fine del regno pacifico delle donne e l’inizio di una nuova epoca del dominio e della spada. È il canto nero della caduta nell’orrore della guerra. Il mito racconta che i pochi superstiti sono ancora nascosti nelle viscere della montagna, in attesa che ritorni il ‘tempo promesso’. Il tempo d’oro della pace in cui il popolo di Fanes potrà finalmente tornare alla vita». Questo è il materiale mitico da cui parte Marta Cuscunà, attrice-performer tra le più interessanti del panorama attuale, per il suo Canto della caduta, che ha inaugurato l’ottima nuova stagione del Teatro Ca’ Foscari a Santa Marta. Lo spettacolo, come sempre con la Cuscunà, mescola in modo perfettamente organico elementi diversi tra loro, dalla consueta ‘animazione’ alla straordinaria e cangiante vocalità dell’artista, oltre ai pregevoli interventi audio e video (questi ultimi ideati da Andrea Pizzalis) eseguiti dal vivo da Marco Rogante.

Per quanto riguarda l’animazione, vale la pena tornare a quanto scrive la stessa Cuscunà nel presentare le novità su questo versante: «Il canto della caduta prevede la presenza in scena di personaggi meccanici progettati e realizzati dalla scenografa Paola Villani, che si inseriscono nella tradizione del teatro di figura ma ne scardinano l’immaginario in quanto la loro movimentazione si basa su tecnologie applicate in animatronica e sull’utilizzo di componentistica industriale per realizzarle. Il dispositivo costruito per lo spettacolo produce la movimentazione di un sistema complesso di leve a cavo attraverso dei joystick meccanici manovrati dalle mani di un’unica attrice». Questo però è soltanto uno dei dispositivi presenti, l’altro riguarda i pupazzi che raffigurano due bambini mascherati da topi e nascosti in una caverna per sopravvivere, resi vivi dal corpo quasi invisibile dell’interprete.

Questo per raccontare l’apparato scenico, che nella sua costruzione ‘mista’ rende come di consueto originale e innovativo il lavoro. Marta Cuscunà trae da spunti sempre differenti la ‘materia’ su cui imbastire il proprio racconto. In questo caso, ci troviamo di fronte a quattro corvi – i citati personaggi meccanici – appollaiati in cima alla scena: grazie alla metamorfica voce dell’attrice friulana danno conto di quanto succede nella terra di Fanes, terra che il pubblico non vede mai e che viene invece rievocata con forza da queste figure zoomorfe. I corvi assumono, inequivocabilmente, il ruolo dell’antico coro tragico: contrappuntano ciò che accade fuori scena esprimendo il proprio soggettivo commento. Sono spettatori interessati della guerra in corso, che darà luogo, come sempre, alla distruzione totale – questa e nient’altro è la ‘caduta’ – lasciando sul terreno infiniti cadaveri e dunque scorte inesauribili di cibo per i loro stomaci famelici.

Il contesto riprende, come si diceva, l’antico mito ladino di Fanes, dove è stigmatizzato il passaggio da un’epoca felice e ancestrale a guida femminile, in cui regna la concordia tra regno umano e naturale, e la presa del potere da parte maschile, grazie alla quale si passa allo sfruttamento di quella stessa natura prima fraterna e benigna e si giunge all’epoca ‘storica’ del conflitto bellico. Le vittime designate, come in ogni tempo, sono i bambini –una femmina e un maschio, Udea e Aylan – che strisciano nella caverna aspettando che l’‘ordine’ antico si ricomponga, e passano il tempo raccontandosi di volta in volta un tassello di quel mondo primigenio e incorrotto, che ritorna come epica orale a distoglierli dall’affanno presente. All’esterno, suoni stridenti e tonanti richiamano esplosioni ed evocano la distruzione. Aylan non sopporta più di restare nascosto, e vorrebbe partecipare allo scontro, ma Udea più volte prima della fine lo trattiene distraendolo con le storie del loro paradiso perduto. Sono i corvi, osservatori spietati quanto lucidi, a narrarci i fatti e dirci che il re – un uomo – ha costretto la figlia Dolasilla – l’unica che sarebbe stata in grado di riportare il tempo indietro all’era lieta dell’antica Regina – a farsi guerriera a sua volta, relegando quel mondo a una dimensione senza speranza. Il finale raggela chi guarda e si immagina – senza mai vederlo davvero – un immenso campo di corpi morti dopo l’annientamento delle truppe reali e della stessa Dolasilla.

Uno spettacolo crudo eppure magistrale, perfetto nella partitura vocale della Cuscunà (curata da una fuoriclasse come Francesca Della Monica), e perfetto anche nei movimenti che se lasciano solo intravedere l’attrice ciò nonostante ne rendono forte e necessaria la presenza. Uno spettacolo, soprattutto, che parla di oggi trattando il magma archetipico del mito. Uno spettacolo, infine, che si inserisce come quarta tessera in quella straordinaria ‘epica’ al femminile che ha contraddistinto perle come È bello vivere liberi!, La semplicità ingannata e Sorry, Boys!

Dopo questo riuscitissimo esordio, «La via maestra – ricomporre il presente», cioè il viaggio del Teatro di Ca’ Foscari alla scoperta dei linguaggi teatrali contemporanei, prosegue il 7 novembre con Una notte sbagliata, un solo di un narratore d’eccezione come Marco Baliani.