“Domestik” di Adam Sedlák

Domestic Horror

Roman è un ciclista professionista cui probabilmente è sfuggita la grande occasione della carriera. Ormai un po’ avanti con gli anni, non ha raggiunto particolari successi sportivi, e nel frattempo anche il suo rapporto con la compagna Sharlotta sembra arenarsi in un meccanico conteggio dei giorni di fertilità e delle notti d’amore. L’aiuto sembrerebbe poter venire dalla tecnica: potranno la tecnologia e la scienza risolvere di colpo tutti gli impasse?

Adam Sedlak è un regista ceco ventinovenne che si è fatto conoscere e apprezzare con una serie di successo trasmessa su internet, Semestr. Questo Domestik segna il suo debutto nel lungometraggio, e bisogna ammettere che nel complesso la scommessa sportiva è in buona parte riuscita. Senza appiattirsi sui meccanismi e le scorciatoie del film di genere, la vicenda del ciclista ossessionato dal salto di qualità e della sua compagna altrettanto perseguitata dal desiderio di maternità disegnano delle linee prospettiche di qualità autoriale non indifferente. Non che tutto funzioni alla perfezione in questo che è il rappresentante di casa per il concorso principale alla 53esime edizione di Karlovy Vary, ma la scelta dei programmatori premia un innegabile coraggio produttivo, che difficilmente farà sfaceli sul mercato di Praga e dintorni, ma che segna comunque un arricchimento nella tavolozza di colori del giovane cinema ceco. In altre parole, il presente è un tentativo coraggioso di combinare horror psicologico, sport movie e architettura d’interni funzionale a una narrazione compulsiva e claustrofobica.

Principio femminile di procreazione e spinta maschile alla supremazia concorrenziale si scontrano all’interno di quattro mura oppressive e ben poco accoglienti, rese ancor meno vivibili dal ciarpame tecnologico di cui le due umanità si circondano: integratori, medicamenti per la fertilità, registri burocratizzati di cicli mestruali, persino una tenda iperbarica che inscatola e imprigiona anche simbolicamente il letto della coppia, che da alcova d’amore si trasforma in gabbia di (malriuscite) efficienze ginniche. In questa sorta di “downward spiral” è naturale che si finisca con l’affidarsi a pratiche di dipendenza innaturale, che sia questo il più classico doping che ha rovinato l’epopea ciclistica degli ultimi decenni o l’eccessiva fiducia in una medicina generativa che riduce qui la maternità a una corsa ad ostacoli contro il tempo.

Quello che vediamo svolgersi sullo schermo è lo scontro, l’intersecarsi, la lotta per il predominio fra due ossessioni, altrettanto divoranti e ugualmente destinate ad un prevedibile insuccesso. L’ossessività dei processi psicologici (o, meglio, psicotici) è ben riprodotta dalla ripetizione asfissiante dei meccanismi di routine: l’allenamento sfibrante, la ricerca di nuove soluzioni mediche e la loro messa in pratica, la registrazione delle “sedute di sesso” ridotte più o meno al puro fine riproduttivo, tutto disegna un microcosmo che non trova mai sbocchi (ri-)produttivi nel mondo reale e resta morbosamente immerso nella propria angosciante autoreferenzialità domestica.

L’utilizzo altamente funzionale degli interni casalinghi offre pochissime concessioni ad altri set, come la simbolicamente altrettanto chiusa e ripetitiva pista da corsa e lo squallidissimo pseudo-“laboratorio” per le auto-trasfusioni, di modo che si viene a disegnare un universo insano di non-luoghi e di successivi micro-smottamenti verso la perdita totale del sé e della realtà. L’obiettivo, gli obiettivi che i due protagonisti si prefissano li divorerà dall’interno come un cancro mentale che si autoriproduce con insistenza a scapito delle funzioni vitali che rendono l’umanità completa. È un tumore dei desideri quello che intacca anche i corpi di Roman e Sharlotta, tanto che essi finiscono con il tramutarsi in meri fantasmi di sé stessi, in sbiadite immagini monocolori che perdono pezzi, lucidità mentale e focalizzazione sul mondo. Qualche dubbio rimane: dopo solo una prima visione non si riesce a capire fino a che punto l’ispirazione (anche citazionista) della Mosca cronenberghiana possa aver “mangiato” a sua volta certa originalità di ispirazione del film ceco (la perdita della integrità fisica ricorda davvero alcune delle declinazioni sulla “nuova carne” del genio canadese), ma per ora propendiamo decisamente per una promozione a buoni voti: non era facile tenere alta la tensione fino alla fine disponendo di un budget risicato, di solo un paio di stanze chiuse, di una risicata dozzina di giorni di riprese e di poca esperienza registica e attoriale. Questo Domestik si fa dunque apprezzare come un disturbante, provocante e compatto buon esordio di un giovane autore ceco che bisognerà seguire nella sua corsa per i titoli importanti: chissà che da gregario di lusso non si trasformi in un campione vero.