Il Toniolo riapre con voci e violoncello

Credits Amici della Musica di Mestre

Il Teatro Toniolo di Mestre riapre le porte al pubblico il 24 maggio con un concerto in collaborazione tra il Settore Cultura del Comune di Venezia e l’Associazione Amici della Musica di Mestre. Saltata causa maltempo l’esibizione degli Archi della GOM-Giovane Orchestra Metropolitana in Piazzetta Malipiero, la serata vede protagonisti il violoncellista Mario Brunello e il Coro del Friuli Venezia Giulia diretto da Anna Molaro.

Il programma si contraddistingue per l’eterogeneità dei brani vocali, per tre quarti a tema sacro. Scelta insolita per la riapertura di un teatro, ma se pensiamo che esso è l’altare di una liturgia pagana di sentimenti e catarsi possiamo anche chiudere un occhio. La scaletta merita di essere analizzata nella sua sostanza.

In apertura, un incontro Occidente-Oriente. “The Lamb” fu composta da John Tavener su una poesia di William Blake. Si sviluppa dal tema associato al primo verso del testo per proseguire in inversione e retrogradazione tra frammenti bitonali e omoritmia. Un minimalismo apprezzato da Sorrentino che lo usò come commento sonoro all’ascesa della Scala santa da parte della mater santa de La grande bellezza. “Svyati”, sempre di Tavener, affonda invece le radici nella tradizione religiosa ortodossa. Formalmente complesso, un crescendo di intensità e grandezza, richiede una perfetta armonia tra coro e violoncello, che nelle intenzioni dell’autore simboleggia l’icona di Cristo. Un invito alla contemplazione che trova parola eloquente nel Maggini del 1600, portato da Brunello alle note più acute nel finale.

Di Giuseppe Dall’Abaco Brunello propone il primo degli 11 Capricci, databili agli anni ’60 del 1700. Il linguaggio austero, fatto di ostinate ripetizioni, trilli continui e indugi enigmatici, lo rende espressione di un rigorismo freddo ma affascinante. Ben più nota la Suite n. 1 per violoncello di Bach. Il Preludio non è che una serie di arpeggi spezzati finalizzati all’arcata melodica della chiusa. Come scriveva Pietro Buscaroli, queste suites sono di un “solitudine intimidatoria”, espressione anche di un’assenza ontologica, in quanto non esiste il manoscritto originale, non vengono date indicazioni dinamiche e manca l’armonia. 

Chiudono il programma due rare proposte. I Tre quartetti op 57 (“Serenata”, “Alle stelle cadenti” e “La calda primavera”) di Arenskij sono canti in russo accompagnati dalla discreta presenza del violoncello. Serenity (O magnum mysterium) di Ola Gjeilo, classe 1978, ci riporta al sacro raccoglimento iniziale, un esempio di minimalismo e semplicità che non rinuncia però all’invenzione melodica.

Come bis, un omaggio a Bob Dylan nel giorno del suo compleanno e il corale dalla cantata “Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ” BWV 369 di Bach trascritto per soprani e due violoncelli.

Luca Benvenuti