In sala solo il 24 e 25 Ottobre, La forma della voce (2016) segna la terza prova alla regia di un lungometraggio di Naoko Yamada dai più ricordata per le serie animate K-On! (2009) e Tamako Market (2013) – e affronta il delicato tema del bullismo con alcune trovate inaspettatamente sofisticate per il genere cui afferisce.

Un giovane apparentemente normale, Shōya Ishida, tenta il suicidio senza riuscirvi. In cuor suo, ancora non riesce a perdonarsi per le angherie inflitte all’ex-compagna di classe Shōko Nishimiya, che per via della sordità ne era stato il bersaglio preferito ai tempi delle elementari. Isolato da tutti al liceo per i suoi trascorsi, Shōya si convince a voltare pagina e rintraccia la ragazza chiedendole di diventare amici, riuscendo a vincere la diffidenza della sorella di lei, Yuzuru, e persino a recuperare i contatti con alcune vecchie conoscenze. Tra i due nasce qualcosa di più che una semplice amicizia ma le difficoltà di comunicazione e le dure parole della falsa amica Ueno sprofondano Shōko nella depressione, portandola a prendere una decisione drastica: sarà Shōya a evitare il peggio, finendo in ospedale al posto suo. Tra rimorsi e recriminazioni, la compagnia si ritroverà infine a una simbolica tavola rotonda, pronta a perdonare e perdonarsi.

la forma della voce
Shōko il suo primo giorno di scuola

Trasposizione cinematografica dell’omonimo manga di Yoshitoki Ōima Koe no katachi (2014), il film ha come primo merito quello di non puntare il dito e, cosa più interessante, di focalizzarsi sul bullo, sul carnefice anziché sulla vittima. Shōya, che per mascherare l’insicurezza usava ricorrere alla violenza, dopo le elementari si condanna a una sorta di masochismo morale, mettendo da parte se stesso nel tentativo di riparare il riparabile prima di incontrare la morte – le prime scene sono proprio quelle che lo vedono impegnarsi nel lavoro part-time per ripagare la madre dei soldi spesi per risarcire la famiglia di Shōko.

la forma della voce
I due protagonisti nel fumetto originale

La visione che ha del mondo è quasi dazaiana: i volti delle persone che lo circondano gli appaiono segnati da una croce, segno sia dell’ostracismo riservatogli dalla società sia del suo rifiuto di risolvere davvero la situazione. Ma non appena questo “squalificato” cerca di muovere oltre la propria impotenza, ecco che le croci iniziano pian piano a cadere, svelando facce amiche nuove o dimenticate.

D’altro canto, dispiace che la controparte femminile non benefici di un’introspezione psicologica altrettanto approfondita. Shōko esiste in quanto mero oggetto – oggetto di odio e discriminazione in un primo momento, di compassione e (forse) amore in un secondo – , mai in quanto soggetto: per dar forma anche solo ai propri pensieri, sembra non possa fare a meno della mediazione di un altro personaggio. E questa reificazione di Shōko, forse per il tono ingenuo e a tratti melodrammatico dell’opera, sembra essere stata trascurata da chi ha voluto vedere ne La forma della voce una celebrazione della forza della sua protagonista. Lo stesso può dirsi dei numerosi comprimari, che per brevità non abbiamo citato tutti ma che nei nodi cruciali della trama sono investiti di una rilevanza ingiustificata considerato lo spazio dedicato alla loro caratterizzazione, certo inevitabile se si considera la complessità del soggetto di partenza affidato alla sceneggiatrice Reiko Yoshida – prolificissima e ideatrice delle acclamate Tokyo Mew Mew.

la forma della voce

In tutto questo Yamada non rinuncia però alla sperimentazione formale, giocando con la messa a fuoco e concedendosi alcune riuscite sequenze in soggettiva, tra cui ricordiamo quella dal punto di vista di Shōko bambina, che facendo appello a tutti i comparti – sonoro, fotografia, animazione – , tenta di ricostruirne il mondo interiore attraverso un approccio sinestetico – che rappresenta la chiave di lettura generale, come suggerito dal titolo. Maturo è poi l’uso che si fa del montaggio – requisito indispensabile per un lungometraggio fondato sulla retrospezione come quello in esame – , che dinamizza una narrazione altrimenti tremendamente lineare e aumenta l’effetto comico delle sezioni umoristiche con diversi jump-cut e stacchi a effetto.

La forma della voce costituisce a conti fatti un prodotto soddisfacente, benché l’interesse dello spettatore inizi a scemare presto a causa dell’insostenibile crescendo di pianti, scuse e parole forti, che stride con la sezione iniziale, più adulta e in grado di regalare risate genuine. Forse non la storia indimenticabile che molti hanno decantato, ma comunque un interessante diversivo nel panorama dell’animazione giapponese di largo consumo.