Quello che sorprende e fa piacere sono i tanti cittadini comuni ma soprattutto i tantissimi giovani. Per lo più sono studenti del DAMS, o di cinema o di facoltà simili.
Lasciati fuori dalla serata di gala, rigorosamente a inviti per pochi privilegiati (che chissà poi se i privilegiati saranno lì per vero interesse o perché “… mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente”) i tanti giovani si assiepano davanti al coreografico ingresso di quella sinagoga mancata che è la Mole Antonelliana, oggi e ormai da 135 anni simbolo della città. Come per Milano è il Duomo, così è la Mole per Torino, con la sua spettacolare guglia alta 167,5 metri, un record per quei tempi.
È proprio lì davanti che un tappeto rosso accoglie un signore che arriva da lontano eppure da vicino, dall’America ma anche dall’Italia. Ha 82 anni, è piccoletto, modesto, occhiali, pelata e un’asma che lo affligge da sempre. Eppure è un gigante: si chiama Martin Scorsese ed è uno dei più grandi registi al mondo.


Per due giorni , il 7 e l’8 ottobre 2024 Martin Scorsese è in città: il Museo Nazionale del Cinema di Torino lo ospita per dedicargli un riconoscimento tutto torinese, che sembra però ricordare anche qualcosa di Hollywood: sarà un caso ma sulla cima della Mole non c’è una “bela Madunina” , bensì una stella. Non è certo una di quelle della “Walkf of fame”, ma è la stella di Torino. Quella stella – o meglio, una copia di essa – è l’omaggio che la città del cinema (infatti a Torino è nato il cinema in Italia) offre ai grandi protagonisti della settima arte, tra i quali alcuni sono frequenti collaboratori di Scorsese: Paul Schrader, Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo
Scorsese si offre generosamente a una lunga chiacchierata su di sé, sulla sia vocazione di cineasta e su alcuni dei suoi film. Ecco qualche brano delle sue “confessioni”.


L’inizio della passione per il cinema


“Ho avuto la fortuna di crescere in un periodo nel quale il cinema in America si stava rinnovando. Io vivevo a Little Italy, quelli che contavano erano al Village. La vecchia Hollywwod era alla frutta e il nuovo cinema si faceva adesso a New York. Era un momento magico: era la metà degli anni ‘60 e tutto stava cambiando; avevi la sensazione che potevi fare tutto quello che volevi, non avevi più bisogno degli studios e potevi vedere i film della new wave francese e italiana: Truffaut, Godard, Fellini, Bertolucci, Antonioni. Pasolini…
C’era una nuova flessibilità grazie alla più moderna attrezzatura e questi film dimostravano che si poteva fare un film anche senza l’infrastruttura di Hollywood. E facendolo cambiavi poi la vita anche degli altri.
Io avevo l’asma e a cinque anni ho visto la nascita del neorealismo: i miei amavano il cinema ed erano attori dilettanti e mi portavano al cinema costantemente perché non potevo fare sport e non potevo fare a cazzotti: l’unica arma che avevo erano le parole!
Vedevo i film del neorealismo che erano come vedere mia nonna e mio nonno… Non mi pareva che ci fosse differenza tra quello che vedevo al cinema e casa mia, la mia famiglia….”.


De Niro e Taxi Driver


Per me il personaggio e la sceneggiatura sono alla base della regia. Per esempio in Taxi Driver con Bob (De Niro) abbiamo sviluppato insieme la sceneggiatura: tutti erano contro di noi e non volevano che venisse fatto. Ma questo film volevamo farlo, poi avremmo fatto altri film a Hollywood, ma questo lo sentivo mio. Non posso parlare per Robert de Niro ma anche lui provava le stesse sensazioni che provavo io. È la stessa energia e passione che hanno costruito ogni immagine. Tutte le inquadrature dovevano essere viste attraverso i suoi occhi. Nella scena al telefono nell’inquadratura c’è una carrellata che si allontana verso il corridoio vuoto. Era già tutto prestabilito: avevo tutti i disegni e non volevo correre il rischio di essere licenziato, mi era già successo. Perciò tutto era stato progettato con uno story board , ma ci sono anche stati momenti di improvvisazione. Quando De Niro improvvisò “Ma dici a me?”: era l’ultimo giorno ed eravamo in ritardo di 5 giorni. Cominciò a ripetere “Ma dici a me?” e alla fine restò così. Finimmo in tempo.


Scorsese e la musica


Mio padre amava la musica oltre al cinema e sentivo continuamente i suoi dischi di quell’epoca, sono sempre ritornato alla musica, anche lirica e classica. Diventò importane per me e vivevo in quei caseggiati dove la gente sparava la musica di ogni genere ad alto volume dalla finestra. Io dal terzo piano guardavo giù nella strada dove vivevo ed era la colonna sonora di quello che vedevo. E a volte leggevo nei tabloid di qualche ragazzo che aveva fatto una rapina o qualche delitto ed era gente che conoscevo. Questi tizi a volte erano veri e propri mostri, eppure erano importanti. Però in Casinò, quando Joe Pesci (nel film Nicky Santoro) viene picchiato con una mazza, ecco, era una scena così violenta che dopo non ho più potuto fare un film come quello. Comunque, se la colonna sonora comprende molti pezzi blues, swing e rock, per la tragedia dei peccatori, che comunque hanno un cuore e hanno un’anima, perché non avere La Passione di Matteo di Bach che risuona per loro? Perché no?


Ricordare la Storia


Occorre periodicamente far conoscere ai giovani quello che è successo nel passato.
Con Killers of the flower moon (una storia vera su una vicenda che riguardò i nativi americano Osage) tratto un tema molto sentito dalla comunità dei nativi americani. William è il bianco che tradisce tutti, coltiva un progetto di creare un mondo a propria immagine: crudele e avido.
Però diceva di amare quel popolo e la moglie. Ero interessato a come si può contemporaneamente amare e uccidere chi si ama. C’è un equilibrio molto delicato tra la parodia e la tragedia. Io sono andato sul posto e ho visto le donne che sono morte. In un certo senso mi sentivo anche io colpevole per quello che era stato fatto dall’uomo bianco: per questo ho voluto essere io stesso a recitare, nel film, il necrologio.
Tanti appalusi e tanto affetto per Martin Scorsese «il siciliano», nonostante qualche (legittimo) mugugno per il costo dell’evento (si dice 50 mila euro) organizzato da Marco Fallanca: si legge sul Corriere Torino, il 4 ottobre 2024 a firma Gabriele Ferraris (Martin Scorsese «il siciliano» e la masterclass alla Mole di Torino. Ma quanto costa?). A Torino si dice “esageruma nen”: non esageriamo!