Prendete una medusa, il Duomo di Milano, la comunità hoglala e lo hang. Cos’hanno in comune? Apparentemente niente. In realtà, l’immortalità. Il concetto di “spira mirabilis”, titolo del documentario italiano, firmato Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, quest’anno in gara a Venezia.
La medusa è il simbolo dell’immortalità dell’acqua: la medusa che, al termine della sua vita, diventa un polipo, per ricominciare da capo il suo ciclo vitale. Il Duomo di Milano, le cui guglie e le cui statue, nonostante l’incedere del tempo, continuano a esistere con immutato splendore grazie al lavoro dei restauratori, rappresentano l’immortalità della terra. La comunità indiana hoglala è l’immortalità del fuoco. Infine, lo hang, l’immortalità dell’aria.
Le immagini si susseguono sullo schermo, lente, accompagnate dai suoni degli strumenti musicali e del lavoro dei restauratori. I dialoghi sono ridotti all’osso, lasciando all’abilità dello spettatore il ricostruire il legame tra i quattro ambiti. Legame piuttosto difficile da ricercare, senza alcun appiglio garantito dalla pellicola.
E il risultato è il naufragare in mezzo a un oceano di suggestioni, circondati dalle meduse immortali e al suono dell’hang, anch’esso immortale, quasi senza rendersi conto di ciò che si sta guardando.






