La rassegna Cannes e Dintorni non avrebbe potuto non proiettare il film premiato da Tim Burton, presidente di giuria, con la Palma d’Oro.
Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives (tradotto è Lo zio Boonmee che ricorda le sue vite passate) non è un’opera semplice, e non per la visionarietà di cui si è parlato, tanto da attribuire la sua vincita alla predilezione del genere da parte di Burton; quanto per la confusa struttura narrativa, che non sa condurre il gioco, essenziale in questo caso, tra reale e fantasia.
Questo film è tratto da un libro, pubblicato nel 1983. Il regista tailandese Apichatpong Weerasethakul ne ha preso spunto tessendo un racconto con sfondi epici, quasi bucolici, germinati di personali riflessioni filosofiche e religiose.
Ma partiamo dalla storia: Boonmee viene portato dall’ospedale a casa, per trascorrere i suoi ultimi giorni di vita. La malattia ai reni ha raggiunto il suo stadio terminale. Lui stesso ne è consapevole, attribuendo i suoi gravi problemi di salute al suo karma negativo, dovuto ad azioni passate.
Assistito dai suoi cari, si trasferisce quindi, in campagna. Lì, durante una cena, ricevono la visita di due fantasmi: quello della moglie di lui, deceduta da diciannove anni, ritornata per prendersi cura del marito, e quello del figlio scomparso, riapparso, ora, con le sembianze di un uomo scimmia con occhi rossi.
Insieme a loro, Boonme si incammina per intraprendere un viaggio nella giungla e giungere al luogo in cui è nato la prima delle tante sue volte, per ritrovarsi con tutte le sue vite.
Dopo Tropical Malady, premio della Giuria a Cannes 2004, il regista Apichatpong Weerasethakul ritorna al Festival e trionfa con questo suo film, in cui ha messo molto della sua filosofia buddista, curando all’eccesso, ma in modo asettico, la naura fisica e l’aspetto trascendentale.
Le riflessioni, le immagini, i silenzi, i suoni, la natura, sono solo il mezzo di cui Boonme si serve per incamminarsi verso la fine di questa sua vita.
La rievocazione della sua vita tra percepito e percepibile, tra uomini scimmia, principesse, pesci, ossessioni, metempsicosi, e ancora tra il reale e una sua alternativa, sono frangenti di un insieme che non riesce a ricongiungersi perfettamente.
Non c’è nessuna distinzione tra reale e fantastico. Quello che non è reale è una possibilità diversa di percezione del tangibile, come fosse un’altra dimensione. Perché il non reale è comunque sempre legato alla ragione, e, perciò, non riesce a tramutarsi agli occhi dello spettatore in fantasioso, come invece sarebbe la pretesa del regista.
La visionarietà asciutta di Uncle Boonme è uno studiato percorso che attraversa le convinzioni buddiste del regista, come si è detto. Ma la purezza di immagini incontaminate non sono sufficienti a tingere di poesia o di fantasia il racconto.
E il pubblico fa fatica a seguire con partecipazione le strade filosofiche spianate da Weerasethakul, non riuscendo a immergersi in questa atmosfera estranea, troppo intima.
Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives racconta una dimensione privata con toni mistici, narrati con altrettanti toni troppo ambiziosi.
Titolo originale: Lung Boonmee Raluek Chat
Nazione: Regno Unito, Tailandia, Francia, Germania, Spagna
Anno: 2010
Genere: Commedia
Durata: 113′
Regia: Apichatpong Weerasethakul
Cast: Natthakarn Aphaiwonk, Sakda Kaewbuadee, Geerasak Kulhong, Jenjira Pongpas, Thanapat Saisaymar
Produzione: Anna Sanders Films, Eddie Saeta S.A., Illuminations Films, Kick the Machine
Distribuzione: BIM
Data di uscita: Cannes 2010






