Il quartultimo film della Settimana Internazionale della Critica di Venezia 74 parla sempre francese, e si tratta di Les garçons sauvages di Bertrand Mandico, già noto per il suo progetto “21 shorts in 21 years” in collaborazione con Elina Löwenson.

Primo ‘900, cinque ragazzi di buona famiglia finiscono per commettere un terribile crimine mentre si dilettavano con l’occultismo. Costretti a una sorta di crociera di riabilitazione, il gruppo, sfiancato dal capitano e dai suoi metodi, si ammutinerà per far rotta verso un’isola apparentemente paradisiaca che però nasconde pericolosi segreti.

A cinque anni dalla sua prima apparizione a Venezia con il corto La résurrection des natures mortes, Mandico ha in serbo per la SIC 2017 un altro prodotto elaborato e simbolistico. Il film infatti si sviluppa attraverso una serie di metafore e allegorie che vanno a incarnarsi essenzialmente nel rapporto tra uomo e natura. La natura sessuata, quella dell’isola, ove si svolge la gran parte della narrazione, è quella che parla per l’uomo e attraverso di esso. Ai suoi desideri si adatta e lo compiace, come il prototipo arcaico del femmineo. In sostanza Mandico mette in scena una moderna Ogigia, che con i suoi effluvi trasforma gli uomini in donne e li redime dai loro impulsi violenti. L’uomo di Mandico, fallocentrico e freudiano ai limiti del possibile, rispecchia la forza tecnica, quella che volontariamente ricava strumenti dalla natura.

I ragazzacci del titolo sono il prototipo invece della borghesia moderna disfatta: non avendo più alcun punto di riferimento, o meglio, avendoli persi, si dedicano allo sfogo morboso della repressione. Depravati e volenterosi di riprodurre e riprodursi, fabbriche umane di seme, i cinque ragazzi costretti al non convenzionalissimo metodo correzionale del capitano divengono in verità le cavie del professor/della professoressa Severin, la perla dell’isola, e prima suo scopritore. Trasformatosi in donna a causa della permanenza prolungata su (come la definisce lei) “l’isola delle sottane”, adesso, attraverso uomini a metà, rifiuti incapaci di redenzione (come il capitano), mira a ricostruire una generazione femminizzando gli elementi più violenti della gioventù. E una delle più argute riflessioni del film sta proprio nell’andare a svelare questo progetto e l’ipocrisia che a esso soggiace, perchè l’approccio di Severin è comunque tecnico. Con pragmaticità persegue le macchinazioni, lasciandosi dietro uno dei ragazzi a fare da nuovo capitano.

Con uno stile sognante che vede un b/n spurio primeggiare a qualche variazione cromatica in tonalità brillanti, Mandico realizza un’opera che ha un che di astratto, nella messa in scena. La centralità deli simboli sessuali, e soprattutto fallici viene ribadita continuamente, e diventa una cifra stilistica dell’opera nel momento in cui viene estetizzata: il mutamento dei corpi nel film è conturbante e allo stesso tempo molto plastico, tanto da risultare quasi catartico. Parliamo di un’opera che ha del mistero intorno a sè, e Mandico e questo mistero lo rivela a poco a poco, con gradualità e in maniera diretta, conscio della struttura narrativa del suo film e sagace nell’evitare di perdersi in onirismi sterili. In conclusione, Les garçons sauvages è un film magari ridondante, forse troppo prodiga nello svilupparsi, ma con molti punti d’analisi molto interessanti e una componente estetica che rendono la visione più che meritata.