The whispering star, ultimo ad arrivare da noi trai cinque film firmati da Sion Sono nel 2015, è anche, quantomeno, il più particolare dell’annata. Presentato al Festival di Roma 2015, è passato in secondo piano rispetto a film come Tag, pur essendo certamente meritevole d’attenzione.

In uno scenario post-apocalittico, un robot femmineo si muove nello spazio a bordo di un’astronave-magazzino con l’eterno compito di portare agli uomini che lo richiedono una serie di oggetti apparentemente inutili su richiesta, per poi mettersi in viaggio e ricominciare, recapitando a chi lo voglia quel che viene richiesto.

Il film è dedicato alle vittime di Fukushima, in quel luogo è stato girato e di fatto l’opera del regista proprio da Fukushima inizia. Sono, dopo il dittico composto da Himizu e The land of hope nel biennio 2011-2012, ritorna sul tema, e, analogamente ai due film succitati, lo tratta trasversalmente: quello che fu uno degli avvenimenti più tragici per il Giappone degli ultimi anni non compare ricostruito storicamente, ma aleggia per tutti i circa 100’ del film, concretizzandosi nell’allegoria che Sono mette in scena.

Proprio la messa in scena è la cosa da cui non si può platealmente prescindere. Parliamo di un b/n futuristico, fatto per lo più da bianchi lattiginosi. Tutto appare opaco, indefinito ma al contempo asettico. In questo minimalismo quasi estremo ovviamente trovano pochissimo spazio gli effetti speciali, quella di Sion Sono è una fantascienza fortemente teatrale, che non ricerca la mimesi bensì la completa astrazione, per comunicarci che stiamo guardando non è semplice, intellettualmente concepibile senza sforzo, o senza mediazione artistica. Sono parla di ricordi, di sensazioni, ma soprattutto di impotenza, non certo di un conflitto o di una dicotomia tra analogico e digitale. L’autore nipponico non ha mai demonizzato tout court il progresso e non ha nemmeno ragioni per farlo, tant’è che non si presta certo a un sermone inutile sugli antichi valori del passato (dipingendolo come un’età dell’oro) o allo sterile conservatorismo. Sono tratta, esattamente come in Himizu e The land of hope, la tragedia umana, e con questo film lo fa dal punto di vista del ricordo.

Gli uomini non sono una razza disastrata nel film perché assorbiti dalla tecnologia e poi da essa rigettati, ma perché, traditi indifferentemente, in un ordine che poi non importa nemmeno, tanto dalla natura, quanto dalla tecnica, tanto dalle istituzioni, quanto dalle loro credenze, non hanno più punti di appiglio. E come ogni disperato, l’uomo privo di una qualsiasi speranza, pur in una civiltà così avanzata che permette il teletrasporto, si rifugia in ciò che lo rassicura, nei bigottismi che fanno viaggiare un robot anni pur di portare un inutile utensile attraverso le dimensioni visibili, nella “stella dei sussurri” del titolo che detta legge in mancanza di una qualsiasi altra cosa che trasmetta più conforto. L’uomo di Sono in The whispering star ha di nuovo bisogno della sua materialità, che riconquista con lattine, o con altri oggetti della passata era analogica, non certo perché “si stava meglio quando si stava peggio” ma in quanto, essendo, come si scriveva prima, letteralmente privi di speranza, ossia dello sguardo verso il futuro, si rivolge al passato – unica possibilità rimasta – annaspando per cercare sicurezza, tranquillità.

La sequenza più chiara è l’ultima infatti: accompagnata da una delicata sonata al pianoforte che segna il ritorno di una musicalità armonica, emotiva, dopo un montaggio sonoro contraddistinto da suoni sordi, il robot si esplicita come lo spettatore. Quello spettatore ha partecipato attivamente, s’è identificato con il robot assistendo alla ripetitività della sua vita, alla noia che prova ogni singolo momento, ha visto con un altro paio d’occhio la sofferenza che Sono voleva rappresentare, e come il corriere-robot, infatti, che imita un gesto umano rivelando compassione, così Sono voleva far sentire lo spettatore. Non cerca una stucchevole mercificazione dell’empatia, ma comprensione sincera, come da anticipare il risultato del film sul film stesso.

In conclusione, The whsipering star non è certo un film facile, ciononostante è indubbiamente pregevole. In questo senso è un’opera che richiama lo stile delle primissime opere di Sion Sono; la lentezza, lo sa bene chi conosce il cinema del regista, è una delle cifre che contraddistinguono le sue opere, quelle definibili “minori” in particolar modo. Sono si prende ampiamente i suoi tempi, ma ripaga la pazienza dello spettatore, giocando con il concetto stesso di futuro nel/sul film e con le figure teatrali, come le ombre, ovverosia gli uomini ridottisi e accartocciatisi su una minima parte di se stessi, non riuscendo più a comprendere gli stimoli che arrivano loro. Dirigendo alla perfezione la musa e consorte Megumi Kagurazaka che riesce a reggere alla perfezione senza dare nessun segno di cambiamento se non nel finale, Sion Sono dipinge un’umanità vittima che non reagisce: The whispering star è un avvertimento e non una critica, e la soluzione che ha rappresentato vuole essere anch’essa un monito, non una risposta, perché sarebbe una contromossa che ridurrebbe, appunto, l’uomo a un ombra dietro a un panno che fa gesti a un robot e il cui unico scopo è quello di calciare una lattina.