24(foto)grammi

crimini e misfatti dal Festival -6-

Che fine ha fatto Pasolini?

Mentre Venezia commemora Pasolini (con le 120 giornate) e Fellini (con il Casanova in versione integrale e restaurata) sembra essere scomparsa ogni traccia che rimandi ai loro insegnamenti.
I due titoli finiti in programma (forse per caso) non sono sufficienti a riempire i vuoti di pensiero che si palesano in sala stampa fra gli astanti di turno.

Prendiamo ad esempio due delle conferenze che si sono svolte stamattina al palazzo del casinò. Due film, l’uno di Soderbergh, inutile e l’altro di Garrel, bello ma arroccato in vecchi schemi sessantottini.

Bubble, di Steven Soderbergh, sembra un film per la tivù, uno di quelli che, nei caldi pomeriggi agostani, ti ritrovi nel postpranzo delle reti Mediaset.
Non basta, purtroppo, la denuncia sociale per fare un buon film né, tanto meno, per rendere merito ai temi trattati.
Il film (a basso costo) tratta della relazione fra tre operai costretti a vivere in una malfamata provincia americana. L’alienazione della fabbrica, la disperazione e la monotonia, l’illusione di una vita migliore sfociano in tragedia.
Qualcuno ne fa la morale, altri ne apprezzano lo sguardo pedagogico ed informativo. C’è chi, addirittura, lo trova meglio di Farheneit 9/11.
Se ne han piene le scatole di questo cinema. L’unica denuncia sociale che si rende con questi film è quella che nasce spontaneamente nella cerchia dei cinefili.
Come al solito si fanno scomodi paragoni con il realismo e le sue contaminazioni. Lo scopo dei ladri di biciclette o degli accattoni, oppure dei Bowling for Colombine e dei noveundici è quello di informare – cioé, far emergere tematiche nascoste – e portarle a livello cosciente nelle menti di chi, quelle situazioni, non sa di vivere. Ma ne subodora il senso.

Purtroppo, invece, i film alla Soderbergh e di quelli che continuano a fare denuncia sociale, non aggiungono né tolgono nulla. Al cinema come alla vita.
La povertà che si percepisce non abbisogna di essere rimandata su uno schermo. Se non aggiungendo qualcosa di nascosto. E impercettibile.

L’altro film, quello di Philippe Garrel, accolto con un applauso, merita invece tutt’altro discorso.

Il giorno in cui, in una conferenza stampa, qualche giornalista dovesse per caso farsi sfuggire una domanda pertinente (non dico intelligente) al tema trattato, sarà troppo tardi. Il cavaliere dell’Apocalisse raccoglierà subito la sua anima per portarla in un posto più sicuro.

Magari a casa di qualche politico ( L’Onorevole Buttiglione è qui a Venezia e parla di CINEMA, nda). Lì sì che non si correrebbe pericolo.

Infatti, nel continuo rimando di complimenti che scivola di bocca in bocca fino ad arrivare alle orecchie del regista, non c’è stato uno – che sia uno -che abbia colpito il segno.
Si parlava di Bertolucci, della rivoluzione, del sessantotto, dell’importanza di continuare a coltivare l’idea rivoluzionaria per impedirne l’oblio. Di ricordare.

E infatti, nel suo film, Garrel ha ricordato.
Ha ricordato Bertolucci (prima della rivoluzione, 1964) e Pasolini. Sì, Pasolini.

Ora, mentre tutti si affannavano a chiedere di Bertolucci, della rivoluzione, dell’importanza di continuare a coltivare l’idea rivoluzionaria per impedirne l’oblio (bla, bla, bla), nessuno ha pronunciato la frasettina magica.

“MA COSA NE PENSA INVECE DI PASOLINI E DELLA SUA IDEA DEL SESSANTOTTO, DEI CAPELLONI E DI QUESTA STRAMALEDETTA RIVOLUZIONE???”

Stavamo per chiederlo noi, ma non abbiamo fatto in tempo.

pierpaolo.simone@nonsolocinema.com