Una classe di adolescenti di Belgrado, accompagnata da due insegnanti, parte per una gita scolastica nei Balcani, in direzione Bulgaria. Il pullman su cui viaggiano ha però un guasto, obbligandoli a pernottare in un hotel isolato tra i boschi. In questo spazio liminale usciranno prepotentemente allo scoperto delle terribili vicende prima avvolte da un’ambigua coltre di ‘non detto’, in un crescendo di tensione che culminerà in un’agghiacciante episodio di violenza…

Un incendio divampa sul terrazzo di un appartamento ai piani alti di un brutto palazzone della periferia serba. Non si tratta però delle conseguenze di un bombardamento all’altezza delle guerre balcaniche degli anni ’90 o dell’operazione della NATO a Belgrado nel 1999: forse l’incendio è dovuto a un incidente domestico, ma non ci è dato saperlo. Il significato dell’incipit sibillino di Three Weeks After, nuovo lavoro del regista serbo Miroslav Terzić in programma nel concorso principale di Karlovy Vary 2026 e vincitore del premio Europa Cinemas Label, è racchiuso in ciò che avviene di lì a poco: un ragazzo passa davanti al condominio in fiamme, guarda il terrazzo e poi verso noi spettatori, ma non dice né fa nulla. Seguito di spalle dalla macchina da presa in un lungo piano sequenza, si limita ad andare avanti in silenzio per la sua strada, poi raggiunto da una compagna di classe, fino al parcheggio in cui ad attenderli c’è il pullman che li porterà alcuni giorni in gita scolastica.

L’indifferenza e/o l’impotenza di fronte ad emergenze non solo annunciate, ma ampiamente in atto, di cui la scena iniziale di Three Weeks After è una sin troppo chiara metafora, sarà il filo conduttore di un film angosciante e crudo, in cui la scottante tematica del bullismo nel contesto scolastico è un’occasione per riflettere in senso lato sull’assuefazione alla violenza e sulla deresponsabilizzazione degli adolescenti come degli adulti di oggi. Terzić, già apprezzato alcuni anni fa alla Berlinale con il suo Stitches (2019), si ispira ad alcuni casi di morti tragiche di adolescenti che hanno scosso l’opinione pubblica serba e bosniaca provocando accesi dibattiti negli ultimi anni (in particolare quelle di Aleksa Janković di Niš e Mahir Rakovac di Sarajevo, quattordicenni suicidi in seguito alle vessazioni subite dai compagni di scuola; ai due ragazzi il film è dedicato). Come in Stitches, in cui aveva dipinto le inquietudini in nuce alla quotidianità di una donna ossessionata da un figlio perduto, Terzić carica una circostanza usuale – l’attesa gita di fine anno, presente in tanti teen movies e serie TV – di un’insopportabile tensione latente, in un costante e sottile gioco di allusioni a quello che è l’elefante nella stanza, ovvero la tragedia avvenuta “tre settimane prima” del viaggio, che tutti cercano di ignorare ma le cui conseguenze non tarderanno a farsi sentire. Se Stitches assumeva i contorni di un thriller psicologico, Three Weeks After entra di prepotenza nei territori dell’horror: a parte un soggetto che non può che riecheggiare Carrie – Lo sguardo di Satana, l’albergo in cui la scolaresca è costretta a pernottare, sia nei suoi esterni capricciosi che nei suoi interni immensi e labirintici, pare un’esplicita reminiscenza dell’Overlook Hotel di Shining, e l’assenza dell’elemento sovrannaturale rende ancor più agghiacciante ciò che vediamo, testimoni inermi al pari dei personaggi che non sono vittime né carnefici (né tantomeno vittime obbligate ob torto collo ad essere carnefici per non soccombere, come lo schivo e complessato Tsotsa prima dell’inizio del film e come la sua unica amica Darija nel finale), ma scelgono per quieto vivere di non intervenire. Intervengono solo fino a un certo punto anche i due insegnanti, tra i sensi di colpa nei confronti dell’alunno outsider e suicida (che tra l’altro si è buttato da un terrazzo, forse simile a quello che vediamo in fiamme nell’incipit), perché in fondo, chissà, avevano contribuito loro stessi a marginalizzarlo, e un’ansia di autoassoluzione che sfocia nell’egoistico disinteresse del finale (il professore di matematica si chiude in camera per fare training autogeno in solitaria con un tutorial online; la coordinatrice di classe si mette addirittura i tappi per le orecchie in modo da dormire almeno qualche ora, lasciando i ragazzi a loro stessi).

Ecco, i ragazzi: i protagonisti di Three Weeks After sono nati ben dopo gli eccidi che hanno insanguinato i Balcani negli anni ’90 – gli stessi Balcani nel cui aspro ‘cuore di tenebra’ fatto di fitti boschi e grotte montane si ritrova bloccata la scolaresca. I traumi vissuti dai loro genitori Millennial, che erano bambini e adolescenti all’epoca, paiono però continuare a riprodursi anche nei successivi decenni di pace (un fatto, questo, sottolineato dalla presenza di numerose hit di fine secolo scorso nel commento musicale diegetico). Le sevizie cui è sottoposto Tsotsa, d’altronde, ricordano il peggiore nonnismo militaresco, degno delle bande dei ‘signori della guerra’ addette alla pulizia etnica; la sua onirica ‘vendetta’ conclusiva tra i corpi esanimi dei compagni, da parte sua, più che gli shooting tristemente noti alla cronaca nera richiama alla mente uccisioni di massa come quella di Srebrenica. Se la parte finale può apparire esagerata ed eccessivamente didascalica – e ci auguriamo, inoltre, che non tutti gli adolescenti serbi siano cinici e con il vuoto assoluto dentro come quelli che vediamo nel film, tra ragazze appassionate solo di cure dimagranti e ragazzi buoni solo a ubriacarsi e fare a pugni… –, il messaggio centrale di Terzić ne risulta ulteriormente rafforzato: in Serbia come altrove, siamo troppo abituati a consumare violenza, a livello microscopico e macroscopico, normalizzandola o, nel caso specifico del bullismo scolastico, minimizzandola in quanto ‘ragazzata’ nell’ordine delle cose. 

In tal senso, è molto efficace un procedimento tecnico cui il regista ricorre spesso in Three Weeks After: una serie di inquadrature dall’alto, da cui lo spettatore osserva ciò che avviene, nella sala ristorante dell’albergo come nella vicina radura. Da un lato, si tratta di una prospettiva che accentua il senso di accerchiamento della preda da parte del branco, in due scene che rappresentano entrambe una brutale resa dei conti; dall’altro, l’occhio di chi guarda è distante, posizionato in modo tale da rendere impossibile qualsiasi forma di intervento. Del resto, anche chi sarebbe nelle condizioni di intervenire concretamente, come la fidanzatina del maschio alfa e bullo numero uno della classe, continua a scrollare annoiata il feed delle sue pagine social: un’anestesia delle emozioni che ci ricorda come il compito prioritario della scuola di oggi sia, senz’ombra di dubbio, l’educazione affettiva.