Karl ed Emilie, benestanti neogenitori sulla trentina, hanno deciso di festeggiare il battesimo del loro figlioletto Elliot in un elegante albergo sulla riviera danese, in compagnia di familiari e amici. Non hanno però tenuto conto dell’improvvisa comparsa di un’ospite inattesa, Vibeke, l’esuberante nonna paterna di Elliot con cui Karl ha interrotto ogni rapporto da anni, lasciando che ad occuparsene fosse sua sorella Rikke. Proverbiale ‘scheggia impazzita’, Vibeke riserverà non poche sorprese alla festa in procinto di iniziare, con conseguenze imprevedibili…

Perlomeno dai tempi di un classico riconosciuto degli ultimi decenni, Festen – Festa in famiglia (1998) di Thomas Vinterberg, sappiamo bene quali vasi di Pandora possono essere scoperchiati dietro la facciata linda delle case scandinave, e d’altronde anche svariati altri titoli aderenti al noto manifesto Dogma 95 avevano dimostrato in che misura gli apparentemente posati e ben educati danesi siano in grado di far deflagrare pulsioni che non hanno nulla da invidiare allo stereotipo della chiassosa passionalità mediterranea.
The Guest, in concorso a Karlovy Vary 2026, primo lungometraggio di Mads Mengel (regista danese trentacinquenne con esperienza pregressa nella realizzazione di corti e serie TV), pare strizzare l’occhio appunto agli scheletri nell’armadio che uscivano prepotentemente alla ribalta, quasi trent’anni fa, nella villa dei ricchi industriali Klingenfeldt. Anche in questo caso abbiamo a che fare con un nucleo familiare benestante, titolare di un concessionario i cui proprietari hanno di fatto ‘adottato’ il genero prendendolo a lavorare con sé e coinvolgendolo in toto in quelle che sono le loro abitudini da buona famiglia altoborghese, come l’elegante festa in un bell’albergo in riva al mare organizzata teoricamente per il battesimo del figlioletto e nipotino di pochi mesi, ma di fatto con l’obiettivo di mostrare una volta di più agli amici solidità finanziaria, prestigio sociale e serenità dei propri legami affettivi (tanto più che nessuno di loro è credente e, più che a un battesimo, sembra di assistere a un laicissimo ‘debutto in società’ del neonato, seppur con il suggestivo simbolismo dell’immersione nell’acqua e le formule rituali).

Il genero, marito e neopadre, Karl, si adegua di buon grado e con un certo conformismo al ruolo che gli è stato attribuito, nonostante sin dalle prime scene si percepisca, nella sua gestualità impacciata e nei suoi tic nervosi, un velo di disagio, riverbero di un’ossessione quasi angosciante per il controllo che, come si comprende nel corso del film, è il diretto contrappasso del rapporto, ora interrotto, con una madre single dispersiva e disordinata, probabilmente affetta da un disturbo bipolare e incline all’alcolismo. Vibeke, che giungerà appunto, non invitata come il Michael di Festen, a scompaginare la ben precisa architettura del battesimo con cocktail e banchetto annessi, è la totale nemesi della famiglia di Emilie: lo capiamo ancor prima di vederla, nella sequenza introduttiva in cui intuiamo che sta guidando a tutta velocità senza cintura di sicurezza e fumando una sigaretta, in stridente contrasto con la trattenuta pacatezza che traspira, nelle scene successive, dai suoi parenti acquisiti e ancora mai incontrati. Nei suoi momenti positivi, Vibeke è esuberante e spiritosa, l’anima della compagnia che porta un po’ di sana vitalità in un contesto sin troppo ingessato; il suo equilibrio psichico è però estremamente labile, sempre sull’orlo di azioni impulsive e potenzialmente pericolose.

Per tutta la durata di The Guest, Mengel, giustamente premiato per la miglior regia al termine del festival (dove il film si è aggiudicato anche il premio speciale della giuria), sa giocare sapientemente, coadiuvato da una concitata colonna sonora ad hoc, con la tensione e l’attesa di un’imminente catastrofe che aleggiano tra i corridoi e la hall dell’hotel. Lo spettatore viene così efficacemente messo nei panni dell’ansioso Karl, che conosce bene sua madre, sa cosa (non) aspettarsi da lei e si ritrova così ancor più schiacciato dal terrore di perdere il controllo della situazione, in un saliscendi di momenti tragicomici che, nel finale, virano verso il dramma innervato di umorismo nero. Karl e Vibeke avranno anche l’occasione di riavvicinarsi, ma la fiducia che il figlio decide di riporre cautamente nella madre sarà subito disillusa: non resterà che accettarla così com’è e tentare di ricucire comunque un rapporto, senza delegare tutto il peso della faticosa cura di Vibeke alla sorella Rikke, una giovane donna bella e insicura che per la madre ha evidentemente sacrificato la propria vita privata.

Al di là delle troppe ‘scene madri’ di una parte conclusiva che tarda ad approdare alla sua risoluzione, The Guest è una più che apprezzabile esplorazione di relazioni familiari tanto disfunzionali quanto ardue da recidere, ben sorretta dall’interpretazione dei due protagonisti Trine Dyrholm (un’eccellente veterana del cinema danese) e Simon Bennebjerg, due opposti che si rivelano le due facce della stessa medaglia, o meglio della stessa storia familiare, forse meno adatta ad essere messa in cornice rispetto alla foto di gruppo scattata nel finale del film, ma sicuramente più autentica.





















