A bocce ferme possiamo dirlo senza grossi dubbi: l’edizione giubilare, quella del sessantesimo giro di boa del festival di Karlovy Vary, può ritenersi svolta con successo. Il concorso principale non ha affatto sfigurato, l’insieme dei premi assegnati può essere ritenuto oggettivamente condivisibile, le star americane e le sezioni parallele hanno fatto alla perfezione il loro dovere, chi non è stato (come il sottoscritto) né a Cannes né a Berlino ha potuto recuperare buona parte dei film più rappresentativi passati da quelle parti, e in sostanza le “nozze di diamante” fra la kermesse ceca e il suo pubblico locale ed internazionale sono state degnamente festeggiate, a conferma di una manifestazione che molto semplicemente funziona e fa quello che deve (vi sembra poco?), giostrandosi nel bel centro dell’Europa fra scoperte di talenti, cinema d’autore e star system.
La Giuria principale era guidata quest’anno da Justin Chang, critico ora del New Yorker e in passato di Variety (anche premio Pulitzer per i suoi articoli di critica filmica), coadiuvato da altri quattro colleghi: la russa Nadia Turincev, che iniziò la sua carriera conoscendo Mastroianni sul set di Oci Ciornie ed ultimamente ha co-prodotto i due film su Mariupolisdel compianto regista lituano Kvedaravicius, i registi Amanda Nell Eu, esponente della scena horror del sud-est asiatico, ed Eskil Vogt, anche co-sceneggiatore dei film di Joachim Trier. A completare il quintetto il rappresentante di casa Pavel Rejholec, mago del suono che ha collaborato anche alla saga di Star Wars.
Ci sentiamo di dire che, a parte un paio di colpi un po’ a vuoto come il cileno Behind the Rain, più vicino al prodotto televisivo di genere che al grande cinema, o anche l’artificiale film serbo Five Years, Four Months, la dozzina di film in concorso si è posizionata per lo meno al di sopra della linea di galleggiamento della piena dignità artistica, ma che ugualmente ci è parso evidente come il film che ha poi vinto il Globo di Cristallo 2026 fosse una spanna sopra gli altri, al di là di ragionevoli dubbi e gusti personali.

Il premio principale è andato infatti a Fruit Gathering di Aung Phyoe (coproduzione fra Myanmar/Birmania, Repubblica Ceca e Francia) , che disegna con grazia a un tempo dolorosa e cristallina gli alti e bassi affettivi di una coppia di giovani lavoratrici incastrate a Rangoon, che sfuggono dai conflitti militari che insanguinano il paese, ma non possono evitare i cortocircuiti fulminanti esistenti fra il desiderio e la necessità. Film di eleganza e finezza mai fini a se stesse, opera prima del giovane autore birmano che bisognerà seguire, in quanto dotato di talento già piuttosto maturo. Fra l’altro il film è una coproduzione con i cechi, che per il resto sono rimasti quasi a secco, per quanto le due coproduzioni ceco-slovacche non fossero assolutamente malvagie: un impegnato Only Beautiful Things to Look At, che comunque ha vinto il Premio FIPRESCI, e un po’ più sbarazzino Chica Checa.

Un doppio premio (forse un po’ troppo generoso per un’opera che in fondo è una mera, per quanto riuscita, variazione di Festen in salsa moderna e femminile, ma forse il buon Vogt avrà saputo perorare la “causa scandinava”…) è andato a The Guest del danese Mads Mengel, che oltre al Premio Speciale della Giuria si porta a casa anche il riconoscimento personale come miglior Regista. Ripetiamo, il film ha una sua buona dignità artistica, ma le sfuriate di Trine Dyrholm e le lungaggini di sceneggiatura non ci sembrano degne di tale livello di generosità. Ancora una volta: Vinterberg faceva questi “scandalosi capricci” già nel lontano 1998.

Anche il primo film svizzero mai passato in competizione da queste parti, A Happy Family di Jan-Eric Mack, va a segno, grazie all’interpretazione schizzata che Anna Schinz (migliore Attrice) presta alla figura di una madre in disperata lotta contro tutto, tutti e soprattutto contro i servizi sociali elvetici. Forse questo era uno dei premi più difficili da assegnare, considerata la presenza della summenzionata, scatenata Dyrholm, o anche le buone prove delle ceche Ana Geislerova e Pavla Tomicova, mentre per quel che concerne la migliore interpretazione maschile è stata meritatamente segnalata l’intensa, pacatamente drammatica, ma per certi versi anche sarcastica, prova di Ghassan Saadnel film Pipes del libanese Karim Kassem.

Fra gli altri premi, il film cipriota in concorso The Lion at My Back di Tonia Mishiali ha convinto la Giuria Ecumenica, che lo ha segnalato per la sua capacità di far incontrare e dialogare due fragili destini femminili, fra emigrazione e dipendenze, la a noi molto cara documentarista ceca Helena Trestikova ha ricevuto l’AUDIENCE AWARD con Bara – Diary of a Rockstar, ennesimo tassello della sua ormai corposa e coinvolgente filmografia, mentre la giovane slovacca Martina Buchelova ha trionfato nell’altra sezione competitiva, “Proxima”, con un ritratto giovanile che a tratti sa quasi di nouvelle vague, Lover, Not a Fighter. Sempre nella sezione “Proxima” il Premio FIPRESCI è andato al croato Mate Ugrin, per il suo Petty Thieves . Per chiudere, ricordiamo che fra i grandi nomi e le star chiamate quest’anno ad attirare e compattare il pubblico più generalista, oltre ai vari Jesse Eisenberg, Maggie Gyllenhaal e Jeffrey Wright, è stata insignita del locale “Premio del Presidente del Festival” la deliziosa Magda Vasaryova, attrice slovacca protagonista non solo dei primi film di Juraj Jakubisko, e “madre di Hrabal” in Postriziny di Menzel, ma soprattutto icona del cinema cecoslovacco anni Sessanta, in quanto diede corpo all’adolescente Marketa Lazarova nell’omonimo capolavoro di Frantisek Vlacil.
Grazie Vary, e arrivederci al numero sessantuno!




















