Un opera pretenziosa e mortalmente noiosa, tratta da una storia vera.
Tratto dalla storia vera di Elisabeth Fanger. Lili, una studentessa di arti visive cade preda di un colpo di fulmine per un giovane marocchino nella Parigi anni ’70. Quando questo prende parte ad una sanguinosa rapina e riesce a scappare, lei decide di seguirlo nella fuga (insieme anche al suo complice con fidanzata), in un viaggio che toccherà Spagna, Marocco e Grecia, dove scopriranno di avere una taglia sulla testa.
A leggere le vicende che vive la ragazza, si immagina una pellicola ricca di emozioni, di avventura, di passione, da restare col fiato sospeso: in realtà l’unica possibilità di restare senza respiro si avrebbe nel caso che lo spettatore si dimenticasse effettivamente di inalare aria nei polmoni, tanto la spossante e mortale noiosità del film potrebbe rivelarsi fatale. Certamente la pellicola sarebbe risultata più avventurosa ambientandola in un convento di clausura in Lapponia. Classico film da festival, nell’accezione assolutamente negativa del termine: pretenzioso, con un regista che evidentemente concepisce un’opera d’autore come qualcosa di spento, deprimente, sciatto e anestetico (tendenza tipicamente francese, senza ovviamente mettere alla gogna tutti i cineasti di una nazione). La passione tra i due giovani, che teoricamente dovrebbe giustificare le loro scelte estreme (soprattutto di Lili), è quasi inesistente, e al massimo si riduce a qualche occhiata o a pantaloni calati meccanicamente: in particolar modo, ogni tanto le vicende sono intervallate da brevi e inutili scene di sesso che vorrebbero essere torride – ma arrivano al massimo alla temperatura di un ghiacciolo.
La protagonista attraversa ogni vicenda, dalla più lieta alla più tragica, sfoggiando quasi perennemente una sola espressione, e non una bella espressione, non dissimile da quella di una coniglietta catatonica, ed è perfetta a condurre lo spettatore nell’abisso sì, ma del sonno; inoltre il personaggio principale dovrebbe destare simpatia e permettere alla platea di immedesimarsi, ma in realtà non si fa altro che sperare che la fanciulla dallo sguardo lesso si tolga di mezzo o soccomba per il bene della sala. Il tutto intristito da un bianco e nero non ben motivato (forse a sottolineare l’ambientazione anni ’70?), da sporadiche immagini sfocate e nebbiose – forse di repertorio – e da una regia con riprese in digitale che tremolano insensatamente, come se per fare un film sperimentale bastasse fare delle inquadrature a caso con mano malferma. Tanto accanimento forse tralascia qualche piccolo momento positivo, ma non possiamo dimenticare il sommesso fremito di vita provocato dall’inizio dei titoli di coda.
Titolo originale: À tout de suite
Nazione: Francia
Anno: 2004
Genere: Drammatico
Durata: 95′
Regia: Benoit Jacquot
Sito ufficiale: www.cinemaguild.com/atoutdesuite/
Cast: Isild Le Besco, Ouassini Embarek, Nicolas Duvauchelle, Laurence Cordier, Emmanuelle Bercot
Produzione: Natan Films
Distribuzione: FPI
Data di uscita: 16 Aprile 2005 (Festival Schermi d’Amore – Verona)








