Storia segreta del cinema asiatico
Cai Chusheng, uno degli storici maestri del cinema cinese, prende spunto dal drammatico suicidio di un’attrice che aveva appena terminato le riprese di un suo film; suicidio incentivato dalle callunnie che un giornale scandalistico le gettò addosso. Nasce così uno dei primi film che mettè in dubbio l’allora corrente posizione sociale della donna cinese.
Una giovane bella ed intelligente ragazza si ribella al matrimonio impostole dalla famiglia progettando la fuga col suo amato, che però si rivela inaffidabile abbandonandola con la bambina frutto della loro relazione; la ragazza quindi affida la bimba alla sorella, si sposta in città e cerca la fortuna come scrittrice. Purtroppo una volta in città, pur baciata da un indiscusso talento come scrittrice, si scontra con lo scetticismo maschilista dei colleghi ed in generale degli uomini che la circondano e che la vedono alla stregua di un pezzo di carne buono solo per soddisfare le loro più indicibili ed inconfessabili pulsioni, certamente sotto previo pagamento, che sono dei signori loro..
Nel frattempo la nostra perde anche il misero lavoro di maestrina che le permetteva di vivere con un minimo di decenza, perchè un ricco mecenate, primo finanziatore della scuola in cui ella lavora e anche disperato spasimante non corrisposto della ragazza, la fa licenziare per questo motivo, millantando senza alcun fondamento negligenze da parte della nostra; se tutto ciò non bastasse, un giornalista, invidioso della pubblicazione e del successo del romanzo d’appendice scritto dalla pulzella in questione, ed oltremodo infuriato per un’intervista non concessagli dalla nostra, le getta una metaforica mota di fango puzzolente addosso, millantando dalle pagine del giornale per cui egli lavora un inventato di sana pianta trascorso come meretrice della ragazza. Fatto sta che la nostra eroina si rifiuta di accettare che l’unica maniera in cui può sfamare la propria adorata bambina è vendere il proprio corpo o diventare schiava di un marito che non ama. Piuttosto lascia morire la figlia di polmonite, non avendo i soldi per pagarle il ricovero ospedaliero, e prova anche a togliersi la vita.
Un grido di rabbia furiosa di Cai Chusheng, rimasto davvero sconvolto dal suicidio della sua attrice, che rimane sopito per tre quarti del film fino ad esplodere con le grida finali (metaforiche perchè è un film muto) della protagonista che sul letto di morte, accortasi di stare fuggendo il problema, di stare agendo con codardia e di darla vinta alle persone che le hanno rovinato la vita, urla con tutta la forza che le rimane in corpo: VOGLIO VIVERE!!
Un grido di rabbia realizzato tra l’altro con raffinato gusto estetico e con qualche estro veramente non da poco(due flashback: uno dal finestrino dell’auto in corsa che si trasforma in schermo, l’altro su di un orologio con le lancette a dissolverne l’immagine); inoltre la struttura narrativa, costruita come detto con un potente climax ascendente, rende accettabile la fruizione di questo che rimane comunque un film muto lungo quasi due ore.





