venerdì, Luglio 31, 2026
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” ‘NA SPECIE DE CADAVERE LUNGHISSIMO “, Monologo ideato e interpretato da Fabrizio Gifuni

Materiali per una drammaturgia da Pier Paolo Pasolini

Brani da Scritti corsari, Lettere luterane, da La nuova forma della meglio gioventù, nonché dalla sceneggiatura per un lungometraggio su San Paolo, mai divenuta film, costituiscono le prime due parti in cui si può suddividere lo spettacolo, che precedono il testo – narrazione di un delirio – che Somalvico immagina sia pronunciato dall’assassino di Pasolini, Pino Pelosi alias Er Pecora. Il pubblico (attorno a tavolini che costituiscono il primo fulcro scenico) siede su un palcoscenico nel quale Gifuni lo attende.

‘Na specie de cadavere lunghissimo ha la capacità di convergere numerose qualità: la bravura attoriale di Fabrizio Gifuni, quella registica di Giuseppe Bertolucci e infine quella linguistico-drammaturgia di Pasolini e del poeta Somalvico. Questo è un progetto su cui Gifuni lavora da tempo con passione e intelligenza riversate molto bene nella selezione calibrata e strutturata dei testi pasoliniani. Opere in cui fortissima è la riflessione sulla nuova barbarie contemporanea dove la corrente fascista è rappresentata dalla società dei consumi. Niente sembra salvarsi. La pubblicità, la televisione, il consumismo, la perdita del senso del sacro e della religiosità hanno come unico effetto quello di appiattire l’individuo impedendogli di costruire personalmente un proprio pensiero. Difficile se non impossibile cercare di tracciare le linee guida di questo monologo non solo per i molti temi trattati ma anche per il continuo passaggio di tono che non permette allo spettatore di rilassarsi emotivamente e intellettualmente. Forse potremmo dire che una delle costanti (soprattutto nella prima parte dello spettacolo) risiede nel gioco degli opposti.

“Per Eraclito il mondo non è altro che un tessuto illusorio di contrari. Ogni coppia di contrari è un enigma, il cui scioglimento è l’unità, il Dio che vi sta dietro”. Secondo Gifuni in queste parole c’è qualcosa che si avvicina moltissimo a quel profondo senso di Mistero che accoglie la vita, l’opera e la morte di Pier Paolo Pasolini. “Quando due anni fa – dice l’attore, iniziavo a pensare all’idea di uno spettacolo su Pisolini, è proprio in termini di opposizione che il mio istinto si muoveva: padre e figlio, natura e opera d’arte, vittima e carnefice, erano solo alcune delle antinomie che continuamente si affacciavano sul mio cammino. Ma anche la luce e il buio, violenza e mitezza, Dottor Jekyll e Mister Hyde. Certo, l’urgenza politica era altrettanto forte. Così forte in questi tempi bui da rischiare di travolgere tutto. Il fiume si ingrossa pericolosamente e gli argini rischiano di rompersi. Ogni giorno che passa. C’era il desiderio di raccontare la tragedia pubblica e privata di un poeta che aveva visto scomparire in soli tre lustri il solo mondo in cui voleva riconoscersi”.

Trascorsi una ventina di minuti, Gifuni si denuda e piano piano lascia la scena per andare dietro un grande tulle che fa intravedere uno spaccato, a mo’ di camerino. A una distanza equivalente a un campo medio cinematografico egli indossa i veri e propri abiti di scena – abito e camicia bianchi, cravatta e scarpe nere – e con l’ausilio di un microfono avvia la parte centrale. Si evoca ora la riflessione pasoliniana sulla nemesi tragica classica, insita nel destino che fa ricadere sui figli le colpe dei padri. Il padre non deve cercare di capire il proprio figlio come se fosse un entomologo. Deve aggredirlo per poi cadere stecchito sul suolo. Il senso della morte sta non tanto nell’impossibilità di comunicare ma nella incapacità di essere compresi. La voce di Gifuni, ora, si fa più amplificata e più aulica, assai meno colloquiale, sacrale fino al brano del La Nuova forma della meglio gioventù. Basta appena una parziale svestizione – via la giacca, via la cravatta – e di fronte a noi non c’è più Pisolini ma Pelosi.

Nello straordinario romanesco reinventato di Somalvico, ricco di espressioni più o meno gergali, di suoni talora onomatopeici, a momenti rapido, poi improvvisamente rallentato, che Gifuni interpreta da attore di grande spessore e maturità, ora fermo ora saltellante fra i tavoli, con rapidi e stridenti passaggi vocali, modulati su più toni, si consuma il delirio notturno di un assassino errante per Roma fuggito sulla Giulietta di Pisolini. E’ trascorsa poco più di un’ora e il pathos che sempre più ha avvolto l’attore e lo spettatore è giunto ad un punto difficilmente sostenibile. Se ne esce profondamente turbati e con la sensazione di aver assistito a uno spettacolo in cui il teatro ritrova la strada di un antico rito che si consuma con il pubblico.

Al Teatro India di Roma dal 6 aprile al 17 aprile 2005
Regia di Giuseppe Bertolucci
“Scritti corsari”, “Lettere luterane”, “Siamo tutti in pericolo” (intervista di Furio Colombo a P.P.P. dell’1/11/1975), “La nuova forma della meglio gioventù”, “Abbozzo di sceneggiatura per un film su San Paolo” di Giorgio Somalvico “Il Pecora”
Disegno-Luci Cesare Accetta