Un esempio di ecosistema e di rispetto ambiente- natura lo si è avvertito, lo scorso 25 aprile, all’inaugurazione del restauro di Villa Emo nei pressi di Castelfranco Veneto.
Uno sponsor – il Credito cooperativo trevigiano – che trasforma, con i suoi finanziamenti, i campesinos ecuadoriani in proprietari della terra che hanno sempre lavorato, non può che avere la sensibilità e l’avvedutezza lungimirante propria dei conti Emo, vecchi proprietari della villa e della fattoria annessa.
Prima che gli avvoltoi della ghiaia potessero impossessarsi della villa e dei territori circostanti per farne enormi voraggini, i Conti Emo erano stati ben felici di affidare la proprietà della villa a coloro che l’avrebbero rispettata in ogni sua caratteristica socio-architettonica.
La famiglia Emo, prelevando nel 1535 la villa dei nobili Barbarigo, commissionarono al Palladio la costruzione della loro nuova dimora, proprio nelle vicinanze di quella dei Barbarigo che in seguito fu demolita. Gli Emo, anticipatori di una politica ecologica, costruirono i manufatti secondo il microclima interno, in funzione agli usi a cui era destinato : fresco d’estate, poco freddo d’inverno. Beneficiarono i contadini consentendo di sostituire, nella loro mensa,alla polenta di pastone di sorgo rosso, quello con cui si fabbricavano le scope, il“granoturco” del mais, di cui i conti furono tra i primi coltivatori in Europa.
I restauratori si sono attenuti al rispetto delle caratteristiche di “edificio passivo”, in grado cioè di richiedere un bassissimo consumo energetico, anche in base alla strategia del rispetto architettonico precedente e di quello ambientale. Hanno così, realizzato –l’architetto Torsello in primis – un felice matrimonio simbolico tra l’arte e la natura, tra il passato economico e la tecnologia del presente. Questa conciliazione tra conservazione e innovazione ha comportato ritmi e rapporti delicatissimi di geometrismo costruttivo e di chiaroveggenza riguardosa dei ritmi e del senso dell’abitare sia del passato che del presente.
Per tali presupposti, visitando la Villa sia padronale che fattoriale, si ha la sensazione che nulla sia mutato dai tempi della Serenissima, in quanto ogni tipologia di tecnica pur sofisticata dona un valore aggiunto che fa da cornice e non da sopraffazione.
Ecco perché la Villa Emo, quale simbolo di villa veneta, conserva ancora il valore che aveva un tempo, quale incentivo, cioè, di organizzazione del territorio, quale emblema di potere, non di dispoticità, ma fonte di analisi e indicatore di gestione del lavoro. Non un lavoro che dissangua e spirito e corpo, ma occasione di sintesi delle risorse psicofisiche dell’uomo. Si vedano, ad esempio, le forme della villa legate ai ritmi dell’abitare, del riposo e del cibarsi.






