Passa per Roma e Tribeca e infine ritorna in Italia, seppur con poca enfasi, questo My friend Dahmer, ultima fatica di quel Marc Meyers che si fece conoscere appena tre anni fa con How we fell in love.
Meyers in questo caso si discosta dall’atmosfera melo per approdare a un’opera che miscela i topoi della commedia scolastica con un biopic dal sapore leggermente diverso dal solito, dato il soggetto. Il soggetto in questione, nonché protagonista eponimo, è ovviamente Jeffrey Dahmer, conosciuto meglio ai più come il Cannibale di Milwaukee, serial killer attivo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio dei ’90 che uccise, seviziò, in parte divorò e sciolse nell’acido 17 persone. Tratto dalla graphic novel di John Backferd, compagno di scuola del vero Dahmer, il film di Meyers si scosta fortunatamente anche dalle atmosfere del thriller usuale che viene confezionato per narrare storie di questa tipologia, abbandonando lo psicologismo facilone che contraddistingue il genere tentando solitamente di incasellare i vari episodi chiave della vita del personaggio catalogandone la varie caratteristiche e celebrandolo con quell’attenzione che si dedica a una bestia rara.
My friend Dahmer dunque si caratterizza più come la tipica high school teen-comedy (come amano chiamarla da quelle parti) all’ammerigana dal sapore macabro con ampio uso di humour nero più che come un film biografico di stampo classico. Quello è il modello ricalcato dai vari precedenti del grande schermo, decisamente dimenticabili. L’elemento innovativo è quindi rappresentato dallo scontro tra il contesto (coloratissimo e kitsch, sono pur sempre gli anni ’70) e la consueta incapacità di inserimento nell’ambito comunitario dell’altro, dell’estraneo, che in questo caso è il solito ragazzo timidone e impacciato con una coppia di genitori non particolarmente esemplare e dei passatempi insoliti. Attraverso i momenti topici dello stereotipo del perdente codificato dall’industria hollywoodiana (i primi amici, l’integrazione, il prom e altre amenità) Meyers delinea i momenti di normalità, il mostro prima dell’essere tale, inserendolo in un sistema di dinamiche da racconto di formazione, senza giustificarlo ed evitando accuratamente ogni ricerca della causa scatenante o della retorica dell’evitabilità (tant’è che gli episodi di bullismo, palese o meno, sono raccontati come crudi documenti), ma tenendo sempre presente invece l’aspetto umano, nel senso più basso termine, quello che fa sì che un diciassettenne qualunque diventi un incubo vivente, calcando, per l’appunto, sul senso di disagio sociale, sulla morsa dell’inadeguatezza, sulla mancanza di quella sensazione di completezza che invece sembra essere al cifra essenziale dell’ambiente circostante.
Certo queste modalità da commedia nera sono invero piuttosto calibrate, forse anche troppo, dando vita a un ritratto sì esaustivo ma del tutto esente da personalità e coraggio, quel coraggio di sfociare nel grottesco e abbracciare la provocazione a tutto tondo, sminuendo persino il lato serio della storia (vittime, media). Questo è un segno evidente di come Meyers riesca a emanciparsi solo in minima parte da quella cultura americana che tende a idolatrare i propri criminali seriali, dimostrando ancora una volta quanto Natural born killers di Stone non offra affatto un ragionamento scontato e non riuscendo dunque a esprimere un ampio punto di vista sulla figura di Jeffrey Dahmer. Anzi, lo stesso approccio registico è eccessivamente morbido, scaricando su un Ross Lynch comunque molto in forma parecchie delle responsabilità della buon riuscita del film. Lynch firma una performance difficilmente ignorabile, tenendo conto che si tratta di un rigurgito della Disney della gioventù e che gestisce alla perfezione il fattore della mono-espressività. Si tratta dunque di un film dallo spirito indipendente riuscito a metà, godibile, ma certo perfettamente inserito nella sub-cultura a cui fa riferimento, e, nonostante qualche exploit, non certo indimenticabile.






