Ilona e Matas, due trentenni lituani già con le loro varie esperienze alle spalle, dopo due anni di relazione decidono di andare a convivere in un quartiere residenziale alla periferia di Vilnius. Non sanno, però, che nei mesi immediatamente successivi al trasloco è prevista una massiccia ristrutturazione del loro enorme condominio d’epoca sovietica, con annesso inquinamento acustico che metterà a dura prova il lavoro da remoto di Ilona, traduttrice freelance con molti dubbi su se stessa e sul futuro della quotidianità a due appena iniziata. Ilona stringerà però una bizzarra amicizia con uno degli operai impegnati nel restauro della casa, il profugo ucraino Oleh…

Il cantiere del mastodontico condominio che, nel primo lungometraggio della regista lituana Gabrielė Urbonaitė ora in concorso nella sezione Proxima di Karlovy Vary 2025, vediamo dalle angolature più disparate, con la macchina da presa che si sofferma regolarmente su dettagli come impalcature, teloni, tubature e vari strumenti da lavoro, pare una metafora cristallina della condizione della coppia di protagonisti che ci abitano, più o meno coetanei della regista, e in generale degli europei della classe media di oggi a metà strada tra i Millennials e la generazione Z, eternamente sospesi nei ‘lavori in corso’ che collegano una giovinezza dai tratti adolescenziali e un’età adulta che pare non arrivare mai – e, forse, mai arriverà, perlomeno nel formato in cui se la figuravano i loro genitori boomer.
Un tempo, si sa, si lasciava la casa di famiglia solo per trasferirsi, non troppo lontano, nella casa dove si sarebbe costruita una nuova famiglia, e dopo la laurea si aspirava a trovare un impiego stabile e ben pagato per cui lavorare sodo, allo stesso indirizzo, fino alla pensione; oggi si mettono radici in larga parte dopo aver vissuto esperienze diverse in luoghi e paesi diversi, dopo aver cambiato casa e mestiere, e non è detto che le radici piantate non possano essere nuovamente estirpate, senza particolari limitazioni d’età. L’esistenza è dunque, appunto, sottoposta a una perenne ristrutturazione, e ciò non è dovuto solo all’oggettiva precarietà del mondo del lavoro e più latamente alle crisi globali del nostro tempo, ma anche alle scelte consapevoli degli stessi trentenni-quarantenni di oggi, meno succubi delle aspettative familiari e sociali rispetto alle generazioni che li hanno preceduti e più inclini ad andare costantemente alla ricerca delle vie che gli risultino più congeniali qui e ora, in ogni ambito della vita: del resto, l’altra faccia della medaglia della precarietà del nostro presente, al di là di tutte le ansie e insicurezze che lo connotano, è la stimolante necessità di rimettersi costantemente in gioco, il che può portare con sé anche inaspettate opportunità di cambiamento in meglio.

Tali sono i protagonisti di Renovation, nella cui esperienza i loro coetanei di tutta Europa possono facilmente riconoscersi: Matas si è licenziato da un non meglio identificato, proverbiale ‘buon lavoro’ per fare ciò che gli piace, ovvero la guida turistica in proprio, con grande disappunto del padre che lo ritiene poco più che un buono a nulla (la madre, in compenso, pur non comprendendolo fino in fondo è più possibilista perché le basta vederlo felice – e, come tante mamme della sua età, non manca di fornirgli un piccolo sostegno economico); Ilona ha lavorato alcuni anni all’estero, a Oslo, ma ha poi deciso di tornare in patria e ricominciare da capo come freelance (anche in questo caso suscitando il disappunto della madre, che avrebbe voluto vederla sposata e con figli ben prima). All’intrinseca precarietà della loro condizione lavorativa si aggiunge l’instabilità degli anni turbolenti della guerra su larga scala in Ucraina, acutamente sentita, per ovvie ragioni storiche e geografiche, in Lituania, dove i profughi ucraini sono assai numerosi e un’imminente invasione russa appare un’eventualità tutt’altro che fantapolitica: i bombardamenti delle città ucraine provocano reazioni molto più pesanti che dalle nostre parti, non fosse altro che perché, come osserva Ilona scrollando le notizie sul suo smartphone all’inizio del film, i palazzi colpiti sono esattamente uguali ai condomini della periferia di Vilnius (costruiti, va da sé, secondo gli identici dettami funzionali e brutalisti dell’architettura sovietica anni ’60-’70). A tutto ciò va aggiunta la precarietà dei sentimenti e delle relazioni, perché una convivenza mette a dura prova chiunque, e adesso non si percepisce più la deterrenza delle convenzioni sociali secondo cui due conviventi dovevano per forza sposarsi e rimanere insieme ‘finché morte non li separi’, come i due anziani dirimpettai che Ilona incrocia per le scale. Ilona dice non a caso di amare Matas, ma di non essere affatto sicura di volerci passare il resto della vita: non è chiaro, allora, fino a che punto si può e si deve continuare a convivere, tra piccoli dissapori quotidiani e una buona dose di non detto – Ilona, ad esempio, non ha mai confidato a Matas di scrivere poesie e per parlare di certe cose si sente più in sintonia con l’operaio ucraino Oleh, tanto più che anche l’illusione romantica di un rapporto a due esclusivo e onnicomprensivo è ormai venuta meno da tempo.
Gabrielė Urbonaitė, che gira in 16mm con un effetto davvero suggestivo, riescea rendere con naturalezza e intensità le sottili sfumature di un breve spaccato di vita a un tempo individuale e universale, grazie anche all’ottima interpretazione dei due attori principali (Žygimantė Elena Jakštaitė e Šarūnas Zenkevičius), ben coadiuvati da una figura piuttosto nota del cinema ucraino come Roman Lutskyi (curiosamente, anche il film presentato a Venezia lo scorso anno che lo vedeva protagonista, Honeymoondi Zhanna Ozirna, raccontava la storia di una giovane coppia appena trasferitasi in un appartamento alla periferia di Kyiv molto simile a quello che vediamo in Renovation: la loro convivenza, però, subiva scosse ben peggiori a causa dell’inizio dell’invasione russa su larga scala). Una menzione speciale la merita senz’altro anche il direttore della fotografia Vytautas Katkus, abilissimo nel far convergere l’attenzione, oltre che sui dettagli ‘edili’ di cui sopra, sulle più varie superfici riflettenti e rifrangenti di vetri e finestre, in un’osmosi tra l’interno di un nido domestico 2.0 dai contorni quantomeno fluidi e l’esterno del cantiere e del cortile in cui gli operai ucraini, preoccupati per motivi ben più seri della coppia di protagonisti, si chiedono se sia meglio restare in Lituania da profughi, spesso additati come vigliacchi dai lituani, o tornare a casa e combattere per il proprio paese. Peraltro, Katkus è anche nel concorso principale di Karlovy Vary 2025, nelle vesti di regista, con Svečias (The Visitor), anch’esso incentrato su un Millennial e su un appartamento lituano, stavolta il vecchio appartamento di famiglia da vendere dopo la morte dei genitori: teoricamente un netto spartiacque che marcherebbe il definitivo passaggio all’età adulta, ma anche in questo caso il protagonista, pure lui residente all’estero (in Norvegia, come l’Ilona di Renovation) e padre da poco, dimostra di covare non poche insicurezze su di sé e sul proprio futuro.
Non resta che continuare pazientemente i lavori di ristrutturazione delle case e delle vite. Senza fare tabula rasa come è successo ai vecchi palazzi lituani demoliti in epoca sovietica, e a prescindere dalle cicatrici come quelle lasciate durante la Seconda guerra mondiale sui muri di Vilnius di cui Matas parla durante il suo tour guidato al termine del film, prima del breve dialogo con Ilona che, non a caso, chiude il film su un finale aperto o, in altre parole, ‘in costruzione’.






