Da quando la russia ha invaso l’Ucraina, nell’ormai lontano 2014, oltre allo sfacelo portato sulla popolazione di quel paese, i missili, i droni, i razzi e le cannonate degli invasori hanno letteralmente polverizzato vaste aree naturali, raso al suolo foreste, butterato di colpi intere pianure, distrutto deliberatamente dighe, inquinato specchi d’acqua, e di conseguenza sterminato migliaia di capi di bestiame e di animali domestici, alterando per anni e anni a venire un delicato equilibrio ambientale che concorreva alla bellezza di quella terra. La guerra, del resto, non guarda in faccia alle specie e non distingue flora o fauna…

La “Divia” del titolo è un richiamo ad una divinità femminile dell’antico Pantheon slavo, collegata alla luce notturna, alla luna e ai ritmi vitali, e questo affascinante documentario osservazionale sfrutta questi richiami ancestrali per simboleggiare la forza della natura ferita e la sua opposizione alla violenza esterna e alla guerra, qui non mostrata in modo tradizionale per mezzo di trincee e scontri militari, ma attraverso le sue conseguenze sulla “faccia della Terra”, le ferite lasciate sulla natura ucraina dall’invasione. Non ci sono linee-guida esplicative, didascalie, inquadramenti storici, né tanto meno una comoda voce over a spiegare dove ci troviamo, quello che abbiamo davanti non è un reportage informativo di National Geographic, ma il canto di dolore di un pianeta che parla attraverso le immagini silenziose e cariche di “violenza congelata”, i rumori ambientali e i versi degli animali.

L’autore Dmytro Hreshko è un giovane documentarista ucraino che abbiamo il piacere di seguire da diversi anni. È originario dell’estremo lembo occidentale del Paese, la Transcarpazia, regione particolarmente ricca di bellezze naturali e di varietà etniche, cui fra l’altro Dmytro ha dedicato anche un festival di “cinema della montagna”. Sulla piattaforma ucraina di film online Takflix si possono trovare (a prezzi più che popolari: https://takflix.com/en/search?query=hreshko) un suo bel cortometraggio dedicato alla squadra di salvataggio di un’ambulanza operante a Kyjiv, Save Me, Doctor!, un documentario tragicomico dedicato appunto alla gente di montagna, Mountains and Heaven in Between, incentrato proprio su una colorita comunità montana transcarpatica e in particolare, di nuovo, su una squadra di pronto soccorso che si deve avventurosamente far strada fra vallate e crepacci, e infine un interessante progetto legato alla messinscena del Re Lear shakespeariano in tempi di guerra, King Lear: How We Looked for Love During the War, in cui gli attori sono per la maggior parte profughi interni ucraini, fuggiti dalle proprie case dopo l’invasione russa su larga scala del 2022. Ora Dmytro fa parte dell’esercito di difesa ucraino, per il quale svolge un ruolo di sostegno culturale, all’interno del progetto “Cultural Forces” (https://culturalforces.org/en/), che con eventi, cinema, musica, poesia sostiene la lotta del Paese attraverso attivismo e collaborazioni internazionali.

Per la prima volta nel concorso principale di un Festival di classe A (ma con alle spalle già una notevole esperienza in varie piattaforme europee) Hreshko arricchisce la dozzina di opere in competizione con un lavoro di cesello dolente e raffinato, che riesce a far dialogare con grande equilibrio la sofferenza e la bellezza, il desiderio di integrità e l’inevitabile dolore causato dalla distruzione. Il suo Divia è infatti una panoramica ben strutturata dei danni apportati dall’esercito russo sul territorio ucraino: si va dall’inondazione catastrofica di decine di chilometri quadrati di territori abitati causata artificialmente attraverso la distruzione della diga di Kachovka (minata appositamente dai russi nel giugno 2023), alla moria di mucche e altri animali da pascolo generata dall’interruzione forzata dei lavori agricoli nelle zone occupate, quando non dallo stress e dai colpi stessi dell’artiglieria. Uno dei Paesi più grandi d’Europa, che in tempo di pace poteva vantare una enorme varietà di paesaggi, microsistemi e bellezze turistiche, viene così colpito non solo nella contemporaneità dalle morti causati dai missili russi, ma caricato di una pesantissima eredità di danni al territorio difficilmente colmabile nei prossimi decenni, anche quando finalmente la guerra si fermerà.
Hreshko usa un “sistema binario” di rappresentazione, mostrando prima con delicati passaggi di drone paesaggi incontaminati e sognanti, per poi contrapporvi con lievi gradazioni e senza stacchi scioccanti i tristi scenari attuali, “regalati” dagli occupanti russi che non si fanno certo problemi nel maltrattare appositamente campi, villaggi, zone d’acqua sulle quali passano come unni inferociti. Con riprese prevalentemente eseguite dall’alto scopriamo nuove geometrie, figure spaziali che prima non esistevano, strutture lunari e anti-umane (o piuttosto, “iper-antropiche”) che rivoltano la Natura come un guanto e la violentano nella sua intima struttura. Distese di colpi di mortaio come vaiolo della terra; cadaveri scarnificati di soldati (alla fine non importa di che nazionalità…) e scheletri di mammiferi in uno scenario quasi horror da titanica macelleria; tavolozze allucinate di colori composte da ruggine di colpi inesplosi, terra bruciata e polvere mista di ex-esseri viventi. La natura cambia colore, forma, odore, ma non si arrende, anzi, probabilmente si riprenderà una giusta vendetta alla fine di questo scempio, recuperando (come è successo dopo la catastrofe di Chernobyl’) parte del suo potere primigenio? Del resto l’uomo può fare la sua parte anche in senso positivo, e fra una rovina e l’altra vediamo qua e là sminatori, ricostruttori, ripulitori…uomini di buona volontà che cercano di contrastare i danni fatti da certi loro “fratelli” non proprio ben disposti verso la natura.

Ma il disastro non è impersonale, non è il risultato di concause, cicli biologici o coincidenze atmosferiche: fra un orso in cerca di cibo, uno stormo di uccelli che fugge e alberi secolari sopravvissuti alla devastazione spunta qua e là una Z, simbolo del nuovo fascismo russo. La natura è disseminata di tracce: bossoli giganteschi di razzi lanciati a migliaia, casse di munizioni accatastate in una radura come una composizione d’arte materica da Biennale della Guerra, zaini e buste dell’esercito di putin abbandonati prima di una fuga o della meritata morte, mezzi militari, o meglio le loro carcasse bruciate disseminate per chilometri e chilometri insieme alle mine (serviranno decenni per disfarsene)…Hreshko non risparmia evidenti e lapalissiani collegamenti causa-effetto: non è la “guerra”, il “male di vivere”, o una generica, astratta cattiveria dell’uomo ad avere creato questo disastro, ma uno specifico esercito proveniente da un “vicino” che, lungi dal salvaguardare la propria terra in modo pacifico, si espande come una macchia di petrolio nell’oceano per distruggere volontariamente quella altrui.
Uno dei maggiori pregi del film è l’equilibrio con cui si evitano due possibili autogol emotivi: da un lato l’eccessiva estetizzazione fine a se stessa, dall’altro toni univocamente pessimisti e catastrofici che “soffochino” ulteriormente campagne e laghi ucraini al di là della loro già conclamata sofferenza. Per sua sincera confessione (ma non ci vuole molto per notarlo) il regista ucraino si è ispirato alle opere di Viktor Kosakovskij (viene in mente soprattutto Aquarela), ma anche ad un capolavoro assoluto e memorabile che avemmo la fortuna di vedere alla Mostra di Venezia del 2015, Behemoth del cinese Zhao Liang, che racconta il lavoro infernale in una miniera di carbone e il suo impatto devastante sul tessuto sociale e naturale. Qui i presupposti ideali sono ben diversi da quelli del maestro russo e dell’ottimo regista cinese, ma i risultati poetici, a tratti, si avvicinano alle vette dei film summenzionati.
Ma la marcia in più, il soave colpo di grazia che permette al film di reggersi come struttura, al di là di inevitabili ripetizioni e leggeri cali di tensione, è un formidabile sound-design. L’immersione nei frulli, fischi, clangori metallici, scoppi, soffi, folate è universale e quadridimensionale. La musica materica e coinvolgente di Sam Slater (quello degli ultimi Joker e della serie HBO Chernobyl, tanto per intendersi) e il meraviglioso equilibrio raggiunto da Vasyl Javtushenko, Mychajlo Zakuts’kyj, Valeryj Chilobok e da tutto il comparto del design sonoro immergono sguardo, udito, corpo dello spettatore in un viaggio fra rovine e rinascita, fra distruzione e promesse di ricostruzione, fra echi spaziali e silenzio mortuario, in un film che non ha bisogno di parole per parlare a chiunque sappia ascoltare.





















