Danielius è lituano, ha ‘trent’anni e qualcosa’ e da oltre un decennio risiede in pianta stabile a Oslo, dove è anche divenuto padre da poco. La necessità di vendere l’appartamento di famiglia dopo la morte dei genitori lo porta a lasciare per un breve periodo la compagna norvegese e il figlioletto e a rientrare in una cittadina d’origine che ormai non sente più del tutto sua. Il periodo si protrarrà più a lungo del previsto, tra incontri con vecchie conoscenze e bilanci dell’esperienza vissuta fino ad allora… 

La giovane cinematografia lituana non è mai mancata all’appello nel programma delle ultime edizioni del Festival di Karlovy Vary (basti pensare all’ottimo Nova Lithuania, del 2019, riflessione in bianco e nero sull’identità nazionale del paese baltico tra gli smottamenti della storia novecentesca). Quest’anno sono stati proiettati film provenienti da Vilnius e dintorni in entrambe le sezioni competitive dell’evento, e Vytautas Katkus, nato in quello stesso 1991 in cui la Lituania ha riacquisito formalmente la propria indipendenza dopo mezzo secolo all’interno dell’Unione Sovietica, figurava addirittura nelle doppie vesti di direttore della fotografia in Renovation di Gabrielė Urbonaitė, nella sezione Proxima, e di regista del proprio primo lungometraggio The Visitor nel concorso principale, dove al termine del festival si è aggiudicato il premio per la miglior regia (ex aequo con il francese Nathan Ambrosioni).

Renovation e The Visitor, oltre al lavoro di pari qualità svolto da Katkus, si riecheggiano reciprocamente anche per altri elementi in comune: hanno come protagonisti dei Millennials (sulla china della generazione Z) dei nostri giorni, che quindi hanno ormai superato la soglia dei trent’anni; l’età raggiunta e ciò che essa porta con sé (la convivenza, le esperienze all’estero, e in questo caso anche la paternità concomitante con la morte del proprio padre) fungono da stimolo per riflessioni su ciò che si è stati, ciò che si è e ciò che si vuole essere; cosa più importante, entrambi i film ruotano attorno a un appartamento, peraltro situato, in ambo i casi, in un condominio d’epoca sovietica, uno di quegli edifici funzionali e sgraziati in pannelli di cemento dove, grazie alla pianificazione urbanistica promossa a partire da fine anni ’50, sempre più famiglie avevano potuto disporre di uno spazio, seppur angusto (già un trilocale era un privilegio per pochi), tutto per sé, differentemente da quanto avveniva nelle kommunalki, gli appartamenti condivisi da più nuclei familiari. Si tratta dunque di interni inconfondibili per chiunque sia nato e cresciuto nei paesi postsovietici, di loci che fanno scaturire ricordi variamente connessi a un focolare domestico più o meno idilliaco. Ma, se l’azione di Renovation si svolgeva sullo sfondo dell’appartamento in cui una giovane coppia si era appena trasferita, in The Visitor il protagonista si ritrova tra le piccole stanze in cui ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza, e che ora, una volta morto il padre, deve vendere e abbandonare per sempre, teoricamente mettendo un definitivo punto fermo alla giovinezza e sancendo il passaggio inesorabile all’età adulta. Ma è davvero così?

Danielius torna tra le pareti in cui gli antichi romani avrebbero posto le statuine dei Lari e dei Penati a vegliare su una famiglia che, in altri tempi, sarebbe rimasta per più generazioni a vivere sotto lo stesso tetto: ma ora il protagonista lituano, norvegese di adozione, è appunto il ‘visitatore’ del titolo, spaesato come tanti expat al rientro in patria, intento a tracciare con difficoltà una propria personale topografia della memoria tra cose e persone che sono rimaste intatte e, allo stesso tempo, sono irreversibilmente cambiate. Complice l’atmosfera malinconica della piovosa e crepuscolare tarda estate sul Baltico, è difficile rassegnarsi al fatto che non ci saranno più una casa e una famiglia d’origine cui fare ritorno, che devono invece essere sostituite da ciò che si è costruito in autonomia altrove: i sentimenti contrastanti di Danielius lo conducono, in una serie di episodi ora stranianti, ora venati di tenero umorismo a tratti affini all’ultimo Kaurismäki, a tentare di ricreare goffamente il nido perduto, ora con un vecchio vicino di casa, ora addirittura con la coppia intenzionata ad acquistare l’appartamento. Perché è arduo lasciar andare in pace i propri Lari, i luoghi ancora così impregnati della presenza di chi ci ha vissuto da sembrare vivi anch’essi (il regista in un’intervista ha non a caso espresso il desiderio di “girare un film su qualcuno mostrando soltanto i luoghi in cui ha abitato”).

Katkus racconta la vicenda di Danielius a un ritmo calmo, in sordina, consentendo anche allo spettatore di immergersi nella stessa, quieta Stimmung meditativa del protagonista, forse smarrendo qui e lì il filo della narrazione quando si indugia su personaggi secondari gravitanti attorno all’appartamento da vendere, forieri di idee potenzialmente interessanti che però, all’interno di un lungometraggio dotato di una sostanziale unità di tempo, luogo e azione rischiano di apparire come dei brevi cortometraggi acefali, degli intermezzi avulsi dal fulcro centrale di The Visitor. Ad ogni modo, questa prima prova registica di ampio respiro di Katkus lascia ben sperare negli sviluppi futuri della sua carriera e in generale del cinema di una Lituania già da tempo ben integrata nel panorama culturale europeo.