È ancora molto diffuso lo stereotipo dell’immigrato come soggetto senza vincoli familiari, che gestisce in modo indipendente il suo percorso migratorio. Il film di Michel Ocelot amplia i tradizionali significati di “famiglia” e “accoglienza” iscrivendo il fenomeno dell’immigrazione all’interno di un nuovo orizzonte familiare.
L’intero film è una parabola sull’immigrazione. Nel fenomeno dell’immigrazione c’è la persona che parte verso un nuovo paese: è qui che entrano in gioco stili diversi di integrazione e convivenza nell’ambito di una società differente dalla propria. C’è poi la comunità ospitante, corresponsabile della convivenza multietnica. L’incontro tra culture eterogenee pone nuove sollecitazioni alla struttura familiare, così come viene tradizionalmente concepita. Sarà in grado questa struttura di favorire il benessere relazionale, evitando di chiudersi in se stessa, in una sorta di spirale patologica volta al rifiuto del diverso?
È questo importante interrogativo che soggiace e traspare dalla bella fiaba dipinta da Ocelot in un film per bambini che ha molto da insegnare anche agli adulti.
Il biondo Azur dagli occhi azzurri come il cielo e Asmar, dalla pelle d’ambra e dai capelli neri, vengono allevati in Francia dall’amorevole balia di Azur, madre di Asmar, che li fa crescere insieme come fratelli, fino a quando il padre di Azur non decide di separarli. Una volta adulto, Azur si imbarca verso l’Oriente per liberare la fata dei Jinns e ritrovare i suoi cari.
Tra suggestioni da Mille e una notte, fatte di incantesimi e principesse fatate, emerge il valore della differenza, concepita non come segno di sottrazione ma come segno di distinzione. Il concetto di differenza come fonte di arricchimento è il principale insegnamento trasmesso ai due protagonisti dalla madre di Asmar. Lei stessa descrive l’incontro tra due culture differenti come fonte di una sapienza grande almeno il doppio. E una sapienza tanto grande fa della fratellanza un valore più forte del legame di sangue: l’importanza della famiglia non è data dai vincoli di parentela in senso stretto ma dallo scambio e dalla condivisione di affetti e di esperienze. Basta attraversare il mare che ci divide dall’ignoto e ascoltare i tanti sinonimi di Oriente e Occidente, per vedere che la cecità del pregiudizio e l’ottusità della superstizione sono presenti in chiunque non riesca ad identificare il valore dell’altro da sè.
Non è un caso che Azur, appena giunto in Oriente, finga di essere cieco: Azur nasconde alla comunità ospitante il colore azzurro dei suoi occhi, considerato in quei luoghi come un segno di sventura. Chiudendo gli occhi Azur nasconde anche il suo modo di vedere il mondo e contemporaneamente si rifiuta di vedere un mondo diverso da quello in cui è cresciuto. Nel momento in cui Azur decide di integrarsi, smette di fingersi cieco e impara a guardare la realtà con occhi nuovi, finalmente liberato dai pregiudizi culturali. Secondo una logica che procede per contrari, il regista del film costruisce non solo le identità dei suoi personaggi, ma anche l’intensità dei loro legami proprio nel momento dell’incontro tra i rispettivi modi di essere e di vedere le cose. Il valore apportato dalla differenza allarga le vedute tramite l’offerta di altri punti di vista. Perchè per mettere in luce tutto quel che si possiede è necessario il confronto con tutto ciò che ci manca.
Titolo originale: Azur et Asmar
Nazione: Francia
Anno: 2006
Genere: Animazione
Regia: Michel Ocelot
Produzione: Nord-Uest-Production; Eurimages, Intuitions Films, Lucky Red, Studio O
Distribuzione: Lucky Red







