L’esposizione, curata da Luca Massimo Barbero e creata grazie alla collaborazione con la Fondazione Archivio Capogrossi, raggruppa una settantina di opere dell’artista romano, alcune provenienti dai più importanti musei internazionali: il Centre Georges Pompidou di Parigi, la GNAM di Roma, il Mart di Rovereto e il Solomon R. Guggenheim Museum di New York.
Le prime sale della mostra ci accolgono in un ambiente buio, nel quale si accede con una certa religiosità perché, abituati a pensare un Capogrossi informale, si resta stupiti davanti al Giocatore di ping-pong (1931) o alla preziosa Annunciazione (1933), opere che testimoniano gli esordi figurativi dell’artista. In questi primi lavori si riflettono gli umori dell’arte italiana degli anni Trenta: echi di Cagli e del Novecento, i colori vivaci della Scuola Romana e scene metafisiche.
Tuttavia l’opera di Capogrossi si differenzia dalla produzione italiana dell’epoca perché egli crea un proprio stile rendendosi indipendente dagli altri maestri; in queste opere si possono già intravedere quegli elementi che occuperanno le sue ricerche future e lo renderanno uno degli artisti italiani più originali del Dopoguerra.
La mostra prosegue documentando il passaggio di Capogrossi dalla figura al segno, egli infatti non è giunto all’astrazione per caso, anzi, l’artista ha sempre realizzato “un’arte pensata”, cioè generata da costanti studi e riflessioni. La possibilità offerta al visitatore di vedere opere come Studio di finestra (1948) e Superficie 011 (1949) e cogliere quindi i progressi compiuti dall’artista nella sua ricerca, è un’opportunità che non era stata concessa al pubblico negli anni Cinquanta. La celebre e scandalosa mostra del 1950, nella quale Capogrossi esponeva le sue nuove opere, era stata infatti accolta come un tradimento dell’artista.
Le sale dove sono collocate Superficie 45 (1950-51) e Sole di Mezzanotte (1952) rappresentano un ritorno alla luce, questo cambiamento ha permesso a Capogrossi di inserirsi, senza ombra di dubbio, tra i grandi dell’arte internazionale di quel periodo, insieme ad altri connazionali come Alberto Burri e Lucio Fontana. Nel 1951 Capogrossi viene notato dal critico Michel Tapié e invitato a partecipare all’esposizione “Véhémences Confrontées” accanto a Franz Kline, Georges Mathieu e Jackson Pollock; intanto alcuni importanti collezionisti acquistano le sue opere (Superficie 28 viene comprata da Leo Castelli) e nel 1954 la Biennale di Venezia gli dedica un’intera sala personale.
Le Superfici di Capogrossi rivelano la volontà di impossessarsi dello spazio, un’esperienza che, come sottolinea il curatore, è sofferta perché implica la risoluzione di un problema che l’artista continua a porsi nel corso della sua esistenza. Quel segno lunato sembra “marchiare” lo spazio e al tempo stesso costruirlo e plasmarlo con la sua intrusione; l’artista crea catene di segni, frutto di una composizione rigorosamente pensata, all’interno della quale anche il colore non è più attributo, ma è segno. Capogrossi non era un’artista loquace, preferiva il silenzio, ma il suo lavoro non ha bisogno di parole, la sua opera comunica direttamente con lo spettatore. Davanti a una sua tela, che siano le famose Superfici o i più sconosciuti rilievi monocromatici (gli ultimi lavori degli anni ’70), ci si sente sopraffatti e appagati.
Questa esposizione va vista in primis perché rende finalmente giustizia a uno dei maestri dell’arte italiana del Novecento, dato che dalle opere scelte dal curatore e dal suo staff emerge tutta la coerenza di pensiero dell’artista, e poi perché entrare in contatto con queste opere è un piacere visivo e spirituale.
“CAPOGROSSI. Una retrospettiva.”
29 settembre 2012 – 10 febbraio 2013
Collezione Peggy Guggenheim
Palazzo Venier dei Leoni, Venezia
Orario:
Apertura 10-18 tutti i giorni
Chiuso il martedì, il 9 gennaio, il 20 febbraio e il 25 dicembre
Aperto nelle altre festività, 1 maggio incluso.
Informazioni generali:
tel: 041.2405.411
fax: 041.520.6885
e-mail: info@guggenheim-venice.it






