Philip Glass è uno dei più celebri compositori di musica minimalista, autore delle colonne sonore di The hours, Kundun e The Truman Show, le sue composizioni risentono fortemente dell’influenza della musica indiana.
Robert Wilson è un regista teatrale affermatosi negli Stati Uniti nei primi anni Settanta, i suoi spettacoli hanno sempre combinato uno spiccato senso estetico con uno stile che l’ha inserito a pieno titolo tra i grandi nomi del teatro sperimentale americano.
Dalla loro collaborazione nasce Einstein on the Beach.
Al loro lavoro si aggiunge quello di Lucinda Childs, coreografa e di Christopher Knowles, autore dei testi e fedele collaboratore di Wilson.
Per tutti questi artisti Einstein on the beach ha rappresentato un momento chiave nelle rispettive carriere.
L’opera, prendendo liberamente ispirazione dalla vita di Einstein, ha il grande (e raro) merito di saper riassumere brillantemente lo spirito del proprio tempo: il misticismo di cui sono imbevute le musiche di Glass, le scene visionarie, la favola dell’amore universale e lo spettro dell’olocausto atomico; quando per la prima volta viene eseguita al festival di Avignone nel 1976, quell’epoca sta giungendo alla conclusione e Einstein on the beach ne è un ultimo formidabile prodotto.
Fondamentale la scelta di trattare della vita di Einstein (apparentemente ciò che di più distante dal teatro si possa immaginare); è una figura però in grado di concentrare nella propria storia tanti grandi temi che hanno caratterizzato il primo Novecento: le grandi scoperte scientifiche, i totalitarismi e le persecuzioni razziali, la rinnovata concezione del tempo. Proprio il tempo è uno degli elementi più indagati nell’opera di Wilson e Glass, oltre alla ossessiva presenza sulla scena di orologi che segnano il tempo inesorabilmente lenti o esageratamente veloci, l’intera opera è all’insegna della deformazione della misura convenzionale del tempo: ne sono esempio l’insistita reiterazione di unità musicali semplici, la ciclicità con la quale si ripropongono le tre scene principali (con al centro un treno, un letto, un campo-astronave) e allo stesso tempo l’evoluzione lineare dello spettacolo che inizia con un treno a vapore e termina con un’astronave e un’esplosione nucleare. Nella stessa direzione si colloca la scelta di non rispettare i canonici tempi teatrali, (lo spettacolo dura quasi cinque ore) e di rinunciare a qualsiasi forma di trama, mancando ogni tipo di rapporto causa-effetto tra gli avvenimenti sulla scena.
La struttura di base, come già accennato, è semplice, pur essendo monumentale nella sua realizzazione: alle tre scene che si ripetono per tre volte vengono intervallate alcune scene (che Wilson chiama knee play) che hanno una funzione di collegamento tra le parti. Lo spettacolo si avvicina al concetto di opera d’arte totale, la danza, le parti recitate e quelle esclusivamente musicali si alternano e si sovrappongono, dando forma ad immagini solenni che emanano energia rituale, pur risultando glaciali nella loro estetica.
L’opera, facile da assimilare a 2001 Odissea nello spazio per la sua ispirazione di fondo, è prima di tutto un’esperienza visiva e sonora per lo spettatore, in grado di fornire una formidabile quantità di stimoli e di suggestioni. Rimane un’esperienza scioccante e coinvolgente anche a distanza di quasi 40 anni dalla prima messinscena (alla quale la nuova produzione si è mantenuta fedele con ortodossia), anzi forse colpisce ancor di più riportando al vivo presente sogni ed emozioni ormai assenti nell’orizzonte odierno.
Einstein on the beach
musiche di Philip Glass – regia di Robert Wilson – coreografie Lucinda Childs
www.iteatri.re.it
durata 5h






