giovedì, Giugno 18, 2026
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Festa del cinema in note – 3° e ultima parte

Concludiamo il viaggio attraverso le musiche della Festa del Cinema di Roma con due musiciste molto diversi: uno, Claudio Simonetti (leader dei Goblin) che alle musiche per film ha dedicato la vita e sforna una delle peggiori soundtrack della sua carriera; l’altro, Eddie Vedder (leader dei Pearl Jam), che col cinema non ha mai avuto nulla a che fare, e che ci ha regalato note tra le più intense della kermesse.

Uno dei film più attesi alla Festa del Cinema di Roma era sicuramente il nuovo film di Dario Argento, La terza madre, per il quale il comitato ha organizzato anche un black carpet – restando in tema horror – una festa con molti invitati, una maratona con proiezioni dei suoi vecchi (quelli si, terrorizzanti) film: il film si è rivelato uno dei peggiori della Festa. Così come la colonna sonora, realizzata da Claudio Simonetti, il musicista romano che da 30 anni circa segue le orme del maestro dell’horror nostrano musicando i suoi incubi.

Ma se è vero che Argento è in irreversibile stato confusionale, lo stesso – forse – si può dire anche del suo musicista, che per concludere la trilogia cominciata con Suspiria (musiche eccellenti dei Goblin) e proseguita con Inferno (orrenda partitura del pur grande Keith Emerson), si affida completamente a un rimasticamento di precedenti composizioni, dove abbondano le banalità da pseudo-musica sacra, come cori tuonanti e onnipresenti sezioni di fiati, un senso dell’arrangiamento fatto per stordire più che per spaventare ed un gusto pacchiano per la melodia che va a sposarsi col tanto amato hard-rock (e infatti gradiranno solo gli estimatori di metal sinfonico) in modo però troppo svogliato per apparire convincente.
Sicuramente di tutt’altro spessore il lavoro fatto dal grande Vedder nel musicare Into the wild, il capolavoro di Sean Penn che è stato unanimemente giudicato il miglior film della rassegna; il cantante americano, nell’accompagnare il viaggio nella natura del protagonista, ha scelto un approccio acustico e scarno, accompagnandosi solo con la chitarra e qualche raro tocco (armonica a bocca, lievi archi o tastiere) e dando libero sfogo sia al suo intenso senso armonico e melodico, sia alla profondità dei testi, che lo stesso Penn spesso usa anche in sovrimpressione.

E così, la riflessione su due dei più grandi miti della cultura nordamericana – il viaggio e la terra selvaggia – diventano anche un itinerario alle radici del rock americano e più in generale della musica statunitense, tanto più essenziale e priva di appeal commerciale, tanto più vicina all’assoluto posto come obiettivo.
E con Penn e Vedder finisce il resoconto di una seconda edizione della Festa che ha saputo stimolare non solo gli amanti del cinema.