Il drago e il leone – Il Carnevale del Teatro
Si è svolto ieri, nella gremita cornice dell’Ateneo Veneto di Venezia, il primo di una serie di incontri, conversazioni e spettacoli ispirati a grandi scrittori che con i loro viaggi e le loro impressioni hanno saputo raccontare, ognuno a suo modo, le meraviglie e le contraddizioni della Cina.
Sguardo attento e intelligente, il sorriso sincero di un uomo felice di condividere le proprie esperienze con tutti e un abito di seta grigio perla che è solo la prima, ed esteriore, manifestazione del suo naturale cosmopolitismo. E’ Federico Rampini, giornalista, editorialista, scrittore e corrispondente dalla Cina per il quotidiano “la Repubblica”. Accanto a lui, il Direttore della Biennale Teatro Maurizio Scaparro presenta l’ospite e introduce i significati di un Carnevale dedicato all’Oriente, alla sua storia, alla sua cultura, alla sua arte.
“La festa può essere un’occasione per pensare, per acquisire una conoscenza non stereotipata della Cina, – afferma Scaparro – un contributo di conoscenza per il nostro futuro”. Così, in un momento storico quanto mai delicato per i rapporti tra diverse culture, la Biennale sceglie di puntare su quello che molti in Italia banalizzano come “pericolo giallo”, su quel gigante demografico ed economico portatore di millenni di civiltà per lo più sconosciuti o dimenticati in Occidente. E per contestualizzare l’attuale situazione del paese più popolato al mondo si affida alle sapienti e competenti parole dell’autore del vendutissimo “Il secolo cinese”.
Rampini delinea con un rapido ma pregnante excursus il profilo della nuova potenza asiatica attraverso un illuminante parallelismo tra ciò che accadde nel XX Secolo negli Stati Uniti e quello che, secondo molti esperti di geopolitica economica, accadrà nel XXI Secolo in Cina. Da paesi emergenti a superpotenze economiche, politiche e di cultura di massa. Ovviamente le differenze sono quanto mai evidenti e, al di là di alcuni aspetti sociali e dell’ordinamento politico, trovano fondamento nella diversa longevità delle trazioni culturali. “L’America è stato un grande spazio vuoto riempito da contenuti provenienti dall’esterno, mentre la Cina è il contrario, un territorio denso di popolazione, cultura, tradizioni ricchi di cinquemila anni di storia” – afferma lo scrittore.
Il colosso cinese è ora più vivace e dinamico che mai; concentrato sul presente, sull’obiettivo di raggiungere e superare gli States come prima potenza economica del globo, non si domanda cosa potrà avvenire dopo, che impatto potrà avere tutto ciò sul resto del mondo tra vent’anni. E vivere “nell’oggi” è il risultato di una perdita di radici e della propria storia imposta per tutto il secolo scorso e culminata nell’attuale crisi d’identità culturale. L’affacciarsi nuovamente sulla scena internazionale come superpotenza non è interpretato in patria come un riprendersi ciò che era già stato della Cina (quando vi arrivò Marco Polo, e per diversi secoli a seguire, il Celeste Impero era già la prima superpotenza economica al mondo). Questa crescita vertiginosa è stata anzi in grossa parte privata delle sue radici da due fasi di rigetto culturale: l’obbligato rifiuto del confucianesimo per modernizzare il paese agli inizi del ‘900 e il decennio di sistematica rimozione della memoria occorso durante la Rivoluzione Culturale (1966 – 1975).
La Cina non ha ancora preso coscienza dell’amputazione forzosa e violenta della propria identità storica, non è ancora avvenuta un de-maoizzazione e, nonostante sia riconosciuto che l’ex leader del Partito Comunista abbia fatto eliminare milioni di persone, i suoi eredi politici sono ancora al governo, anche se resta solo il regime del partito unico mentre l’economia è diventata supercapitalista. Ma nonostante la Cina non abbia ancora chiuso i conti con il passato più recente, e il regime monopartitico non lasci spazio ad aperture, se non nella sfera economica, la cultura è vitale, fertile ed irrequieta; il cinema, la letteratura, l’arte stanno pian piano spostando i limiti di una concezione vecchia e rigida del mondo. Sebbene questo fermento abbia portato – è cronaca dei nostri giorni – ad un giro di vite nei confronti dell’informazione nazionale (internet censurato – non è possibile accedere al sito della BBC o all’enciclopedia virtuale Wikipedia – giornalisti licenziati, malmenati, addirittura uccisi), questi atti di repressione avvengono proprio perché sempre più persone, giornalisti, scrittori, artisti, vogliono raccontare la realtà delle cose e del loro paese.
Per questo è fondamentale che il XXI secolo coincida anche con l’appuntamento della Cina con la democrazia, facendo corrispondere alle libertà economiche anche quelle, sempre più imprescindibili, personali. “Il futuro si decide lì – conclude Rampini – e sono convinto che arriverà la democrazia”, così questo sarà veramente, sotto ogni punto di vista, il Secolo cinese.







