Il riscatto della classicità

Il "Don Giovanni" di Michieletto al Teatro "La Fenice"

E’ un’immaginaria pinacoteca d’avanguardia, l’enorme macchina che scorre gli attimi di vita più intensi del più spericolato e spietato dei seduttori. Tutto si consuma negli interni di un palazzo nobiliare dalla pregiata tappezzeria che sembra logorarsi parallelamente all’incrinarsi dei rapporti che legano i vari personaggi. L’assenza temporale che vi domina congela apparentemente le ambientazioni di una classicità quasi del tutto consumata a controbilanciare l’azione registica che esalta il particolare dei quadri che prendono vita al sollecito musicale. Colpiscono la sfrenata passione tramutata in furia omicida che travolge il Commendatore mentre soccorreva la figlia in pericolo e la brutalità che Don Giovanni sfoga su Masetto nel secondo atto.

Mentre sotto questa teca impolverata Damiano Michieletto preserva e ci rende partecipi della sua classicità, scorre una direzione musicale che si discosta volutamente da qualsiasi riferimento, presente e passato. Non bisogna assolutamente essere degli esperti del settore per poter respirare a pieni polmoni l’autenticità dell’esecuzione di Stefano Montanari, come sempre in prima linea sul fronte interpretativo quanto al rischio di apparire impopolare nella scelta esecutiva. Ma come ci ha ormai abituati da qualche tempo, anche il suo Don Giovanni è stato in grado di persuadere anche l’ultimo tra gli ascoltatori più tradizionalisti sin dall’attacco dell’overture. Nessun cenno di dissenso agli apparenti eccessi d’andatura del “Mi tradì quell’alma ingrata”, sostenuta con gran disinvoltura da Maria Pia Piscitelli, pur di sciogliersi allo straziante sussurrato di “Dalla sua pace” religiosamente consegnato a un pubblico ormai persuaso dalla grazia interpretativa di Juan Francisco Gatell. Se si aggiungono la veridicità scenica di Alessio Arduini, vero outsider nei panni di un Don Giovanni pronto ad esaudire le non sempre facili richieste registiche, e la vocalità di Jessica Pratt, si arriva a compimento di una formazione vocale a dir poco stellare.

Il crescendo musicale, innescato all’ingarbugliarsi delle relazioni amorose, trova il suo corrispettivo nel turbinio avviato dall’impianto scenico che si scatena in un movimento continuo e senza apparente fine di soluzione capace di esaltare le peculiarità caratteriali di ognuno. Benché alla sua quarta riproposizione, quest’ultima edizione di Don Giovanni appassiona e convince al punto da collocarsi tra le produzioni più interessanti degli ultimi tempi.