“L’Africa mi ha insegnato una cosa: ad azzerare i miei luoghi comuni. Sono arrivato lì convinto di fare uno spettacolo di controinformazione igienico-sanitaria sull’Aids e l’uso del condom, e mi sono accorto che il vero problema era un altro: il vero problema erano le relazioni, i sentimenti, gli affetti”.
Marco Baliani, attore, regista e scrittore, ha presentato mercoledì 18 aprile a Dolo, all’interno della rassegna “Paesaggio con uomini” di Echidna Cultura, il suo libro “L’amore buono”, pubblicato da Rizzoli: il racconto del lavoro di preparazione e allestimento dell’omonimo spettacolo che ha debuttato in prima mondiale a Roma il 1 dicembre 2006. La sera prima, sul palcoscenico dell’Auditorium Lazzari di Dolo, Baliani era andato in scena con il suo Kohlaas, spettacolo che ha segnato l’inizio del teatro di narrazione. “Ma non potevamo non completare il profilo d’artista di Marco Baliani – dice Cristina Palumbo- un profilo che comprende anche queste storie d’Africa”.
Ed è proprio in un’Africa che non conosce dignità del vivere, quella dei ragazzi degli slums di Nairobi, che Baliani decide di lanciare una sfida: fare teatro. Sceglie 17 ragazzi di strada, alcuni dei quali già incontrati cinque anni fa durante la lavorazione del suo “Pinocchio Nero”, e con il sostegno di Amref monta uno spettacolo da zero.
“Non c’era niente, proprio niente -precisa il regista- non avevamo nemmeno un pezzo di scotch, o del filo di ferro”. “L’amore buono”, questo il titolo dello spettacolo, nasce perciò dall’unica cosa che i ragazzi avevano a disposizione: le loro storie personali. Sono storie di Aids, perché in Kenia “non c’è nessuno che non abbia almeno un famigliare contagiato dal virus dell’hiv”, ma sono anche storie di ragazzini che si fermano a riflettere su un concetto tutt’altro che scontato: l’amore vissuto, non solo quello consumato.
Il punto di partenza delle riflessioni è quello che sembra essere un legame biunivoco tra miseria e possibilità di amare: “Su una baracca di Nairobi c’è scritto Quando la povertà entra dalla porta l’amore scappa dalla finestra; e in effetti la miseria genera l’incertezza delle anime: c’è poca propensione alla generosità, poca disponibilità a starsi ad ascoltare”, racconta Baliani. Così si arriva alla carne, al sesso crudo, consumato in piedi fuori dai bar, senza il tempo di amarsi. E l’Aids serpeggia.
Le armi di cui si sono serviti Baliani e i suoi compagni di viaggio per iniziare quel lavoro lento e faticoso di “semina pedagogica” per un cambio di mentalità verso la valorizzazione dell’emotività e l’uso del profilattico (“perché qui tutte le chiese sono criminalmente contro il condom”) sono state quelle proprie del teatro e della musica. I ragazzi non avevano un copione da recitare; il testo era tutto da costruire, così come le musiche: il rap, in particolare, si è rivelato uno strumento prezioso. “Le strutture della musica sono tutte meravigliosamente universali e i ragazzi hanno scritto dei testi bellissimi. Però non è vero il luogo comune per cui gli africani hanno il ritmo nel sangue: c’è stato un lavoro molto intenso sull’intonazione, ad esempio”. I compagni di viaggio dell’avventura musicale de “L’amore buono” sono stati artisti come Mirto Baliani, figlio di Marco, il jazzista Paolo Fresu e sua moglie Sonia Peana, violinista.
Marco Baliani rifiuta di intendere questo suo lavoro africano come un atto di beneficenza: “Io non sono un missionario, non credo nel dono puro. Il senso profondo del dono è che non può essere a perdere: se mi fai un dono, te ne aspetti uno in cambio. Sentirsi utili è una cosa meravigliosa; però anche artisticamente è stato un lavoro molto interessante: la condizione di povertà assoluta, ad esempio, mi ha costretto ad inventare mille espedienti creativi. I ragazzi, poi, non avevano le sovrastrutture dell’attore occidentale, che sa già che sarà giudicato dal regista, che sente su di sé il peso delle aspettative: “stavano” semplicemente sul pezzo da recitare, vivevano il momento artistico nel presente”. È lo spirito che pervadeva le scene degli anni della contestazione, quando il teatro era work in progress, ed è anche il taglio che Baliani vorrebbe dare al suo prossimo lavoro: un adattamento da La pelle di Curzio Malaparte.
I ragazzi de “L’amore buono” ora sono in turnè con il loro spettacolo: Sudan, Rwanda, Tanzania, Uganda, Sud Africa. Il teatro è diventato quindi un lavoro, una fonte di reddito inaspettata per i giovani attori. Tant’è vero che Amref, nel nuovo centro di accoglienza per ragazzi di strada, costruirà anche un teatro. “E magari l’anno prossimo torneranno in Italia, e forse proprio qui a Dolo”.
Per chi volesse sostenere il progetto “Children in need” di Amref che comprende “L’amore buono”, tutte le informazioni sono su www.amref.it.
Mercoledì 18 aprile 2007, ore 18.30, Dolo (VE), Ex Macello: Marco Baliani presenta “L’amore buono” in un incontro con il giornalista de Il Gazzettino Giambattista Marchetto.
Marco Baliani, “L’amore buono”, Rizzoli, 2006. 222 pagine, 14,50 euro.
www.echidnacultura.it
www.amref.it, progetto CHILDREN IN NEED.






