Dopo l’incontro con i fans, Alda Merini, stremata dall’afa che rende immobile Piazza Erbe, siede affranta sotto i portici amorevolmente soccorsa dai volontari del festivaletteratura. La settantaseienne poetessa cult, balzata agli onori della stampa nel ’95, dopo aver ricevuto il vitalizio Bacchelli, ha raccontato della sua travagliata vita, della sofferenza conosciuta in manicomio, fino a dire che il suicidio per chi non ce la fa più è un diritto.
La Merini, per il sorriso dolente, la semplicità, i guizzi di saggia follia, è la personificazione dell’ “artista maledetto”, simpatica e imprevedibile, esercita un fascino spiazzante. In piazza Mantegna, Corrado Augias dà la voce ad un comizio di John Stuart Mill sulla libertà: “Uno stato che rimpicciolisce i suoi uomini perché possano essere strumenti più docili nelle sue mani (…) scoprirà che con dei piccoli uomini non si possono compiere cose veramente grandi..”. Folla immensa e silenziosa.
Tutto esaurito anche per Eugenio Scalfari, introdotto da Alberto Asor Rosa, malgrado la temperatura ancora più insopportabile sotto il tendone, malgrado l’argomento non sia dei più semplici. Molti, tra cui Maurizio Fontanili, presidente della provincia, sono rimasti in piedi. Un segno di democrazia?
Eugenio Scalfari, ottantaquattrenne grande vecchio con signorile barba bianca, jeans e camicia blu, parla del suo ultimo libro edito da Einaudi, L’uomo che non credeva in Dio, una chiarificazione sul significato dell’esistenza con l’auspicio, afferma ironicamente, di poter essere ricordato cinque anni dopo la morte. Scalfari è arrivato alla conclusione che un senso all’esistenza non ci sia, in quanto l’uomo è solo una delle infinite forme attraverso cui si esprime la natura, un susseguirsi di “segmenti di senso” che non consolano dalla morte. Sottolinea come non ci sia accordo tra il nostro io cosciente e il nostro sé ma, malgrado l’incoerenza, lo scrittore-giornalista ritiene la nostra forma perfetta. Provocazione che arriva dritta a una platea che pone domande davvero grandi, domande dentro le quali non si avverte più la paura di potersi smarrire: al festivaletteratura diventa miracolosamente possibile, persino semplice, affondare nell’inconscio collettivo.
Hans Magnus Henzensbeger dice di non avere risposte alle difficili domande che il pubblico pone. Perché la repubblica di Weimar non ci protesse da Hitler? E’ possibile che, anche oggi, l’uomo non sia in grado di leggere quei segnali distruttivi che potrebbero portarci alla rovina? Umilmente presenta il suo romanzo Hammerstein o l’ostinazione, nel quale indaga da una angolazione inedita un momento cruciale dell’esperienza tedesca e insieme della sua personale. Utilizza per farlo il generale che si oppose a Hitler. Un personaggio che, pur senza identificarsi in esso, sente vicino, modello della medietà della nostra specie, dove pochi sono i mostri e ancor meno i santi. Racconta di una famiglia nella quale il sentimento prevale su cultura e ideologia, l’inconscio sulla programmazione e ci si innamora dei propri oppositori politici. Dettagli quotidiani e minimi, che nei fatti però possono determinare e chiarire la grande storia.






