“Standard Operating Procedure” di Errol Morris

Gli orrori di Abu Grahib

Concorso
Errol Morris, documentarista noto per il suo “The Fog of War” e molti altri, indaga sulle scabrose vicende che hanno coinvolto i secondini e gli addetti agli interrogatori, di nazionalità americana, del carcere di Abu Grahib. Tutti i giornali del mondo hanno pubblicato, qualche anno fa, le foto delle torture e delle umiliazioni subite dai detenuti, foto diventate ormai celeberrime. Morris fa partire il suo discorso da quelle foto, chiedendo ai diretti interessati di narrare cosa è successo prima e cosa dopo quell’istante immortalato dalla foto.

Errol Morris, quindi, in ben due anni di ricerche e interviste, di giornate passate a scartabellare archivi o a cercare di convincere qualche interessato a concedergli un’intervista, riesce a mettere insieme un lungo documentario, praticamente due ore, che ha per protagonisti tutti i soldati (o quasi, due sono tuttora in carcere) che furono coinvolti nelle torture e nelle umiliazioni congelate, poi, nel più inquietante dei servizi fotografici possibili; Morris inoltre riesce a coinvolgere anche i militari che erano stati investiti, ai tempi del processo, del compito di setacciare l’imponente archivio fotografico, dodici Compact Disc, per sistemarne e catalogarne i contenuti.

Errol Morris, inoltre, dà fattivamente per la prima volta dallo scoppio dello scandalo, la possibilità ai soldati coinvolti di parlare pubblicamente: chi ha voluto giustificarsi a ogni costo, col rischio di rendersi un poco ridicolo l’ha fatto; chi ha voluto puntare il dito contro i superiori ha potuto farlo; chi si è voluto prendere pubblicamente le responsabilità delle sue azioni è stato il benvenuto. Morris realizza un documento a livello giornalistico, ma anche cinematografico, potenzialmente esplosivo, confenzionandolo però in una maniera forse un po’ troppo televisiva. La volontà di girare alcune scene volutamente pleonastiche (si tratta di scene di fiction realizzate ad arte per enfatizzare ancora di più le parole dell’intervistato) e ridondanti per sottolineare la potenza dei racconti a volte è un po’ troppo esagerata, oltre che, come già detto, televisiva. La preparazione della frittata di Saddam, per esempio, poteva esserci risparmiata.

Ma sicuramente si tratta di una scelta totalmente voluta, ricercata e, conoscendo la bravura del regista, sicuramente lungamente ponderata. A confermare quest’idea c’è anche la colonna sonora: Danny Elfman, usuale collaboratore di Tim Burton, infatti, è stato chiamato a comporre una partitura che coprisse praticamente tutto l’arco del film, e che non avesse temi principali ripetitivi. E si sa, Denny Elfman è un compositore decisamente enfatico. Al di là di tutto, comunque, sta alla personale sensibilità dello spettatore l’accettare o meno la scelta di questo linguaggio. Per il resto possiamo solo notare come il documentario soffra un po’ dell’eccessiva verbosità. Ma, d’altronde, il tema trattato era talmente scottante, talmente potente, che Morris ha lasciato briglia sciolta ai suoi protagonisti.

Un film di Errol Morris.
Genere Documentario
Colore 118 minuti
Produzione USA 2007