Si è aperta il 20 settembre la nuova mostra della Triennale dedicata a Jean-Michel Basquiat, a cura di Gianni Mercurio. 80 dipinti e 40 disegni, provenienti da prestigiose collezioni private americane ed europee e da numerosi musei e istituzioni pubbliche; una bella documentazione fotografica e una sezione video completano l’allestimento.
“Soup to Nuts” è il titolo di un dittico di Basquiat presente alla mostra della Triennale. L’espressione, letteralmente “dalla zuppa al dolce”, si riferisce al pasto completo di un dinosauro simbolico. Concedetemi la metafora: l’esposizione milanese è “soup to nuts”. La carriera artistica di Basquiat è testimoniata dagli esordi fino alla fine, compresa istituzionalmente nel decennio 1978-1988.
I graffiti sono rappresentati dall’opera “Jimmy Best” (1981), una scritta a bomboletta spray che denuncia il razzismo nei confronti dei neri. Nella multietnica New York, anche il Basquiat già famoso di qualche anno dopo ha difficoltà a fermare un taxi.
Nel primo periodo Basquiat firma con lo pseudonimo “SAMO” (Same old shit) le sue scritte: brevi aforismi, pensieri, giochi di parole.
Successivamente si collocano le opere di figurazione astratta. Non mancano quelle dedicate agli eroi neri del Jazz, dell’emancipazione culturale, dello Sport: le tre tematiche sono trattate anche in tre filmati proiettati sugli schermi delle tre pareti di una stanza allestita al centro dello spazio espositivo. Si creano sinestesie appropriate, le note del Bebop e di Jimi Hendrix accompagnano il visitatore lungo il percorso.
Ci sono gli “Warriors” metropolitani, gli “Skulls”, gli “Angels”: sono visti con i raggi X, presentano i dettagli anatomici da cui l’artista era affascinato, conosciuti grazie al manuale di anatomia che gli era stato regalato da bambino.
Parte della mostra è dedicata ai disegni, presenti in numero cospicuo (40). Un corridoio stretto è dotato di numerosi monitor dove Basquiat è intervistato e sottotitolato in italiano. Le tecniche usate sono varie: i suoi segni grafici così peculiari sono tracciati in scioltezza impugnando il gesso, la matita, il pennello, in modo particolare; la bomboletta spray; il collage di pezze a volte strappate; le colature; l’uso del rullo per campire ampie superfici. L’uso delle parole ha una duplice utilità, di significato e di segno grafico formale.
Si vedono numerosi strati sovrapposti, il risultato di una stratificazione istintiva, come in un’improvvisazione jazzistica, fino al raggiungimento dell’equilibrio compositivo. Le sue opere sono disordinate e confuse, ma sono tutte, senza distinzione, dotate di quell’equilibrio frutto della sensibilità visiva.
Presenti le “Collaborations” degli ultimi anni: Warhol e Basquiat a quattro mani sulle stesse opere, un mix di tensione dialettica tra i valori primari e i valori secondari tipici della Pop Art.
Fin qui la questione tecnica e descrittiva del suo lavoro.
Ora, le opere di Basquiat sono schizofreniche, nervose, espressionistiche; sono concepite in un impulso istintivo non premeditato, non sono studiate al tavolino. Sono la rappresentazione immediata del suo mondo mentale. Sono guidate da una spinta emotiva carica di rabbia e di ambizione. La prolificità di questo artista dimostra questa modalità creativa. Basquiat era in grado di realizzare una manciata di opere in una sola giornata, lasciava tracce su qualsiasi cosa: frigoriferi, pareti interne ed esterne, pneumatici, muri, finestre, assi di legno, dischi…
Il processo creativo prende le mosse non da una razionalizzazione mentale, ma piuttosto è dettato da una condizione dell’essere, il risultato di uno stile di vita, da un accumulo interno destinato inevitabilmente a sfogarsi in continuazione: per mezzo di ciò è spiegato il motivo dell’ansia espressiva che lo spingeva senza controllo a lasciare traccia di un pensiero fulmineo, un’idea confusa e sfuggente fermata sul supporto materiale.
E proprio in questo filo così robusto che lega la sua vita alle sue opere si individua la scelta di utilizzare i materiali recuperati dalla strada, la strada da cui proviene l’homeless Basquiat, scappato da casa e costretto ad elemosinare, a dormire dentro scatole di cartone. La scelta è consapevole: assume un assistente addetto al recupero dei supporti, i cassonetti dell’immondizia sono gli scrigni che custodiscono i tesori primarizzati dal tempo, dalla vita, dalla tragedia del quotidiano, “Bellezza è Verità”, parafrasando John Keats. Basquiat aggiunge il suo contributo: li colora, li scrive, li segna del suo vissuto.
“THE JEAN-MICHEL BASQUIAT SHOW”
20 settembre 2006 – 28 gennaio 2007
Triennale di Milano
Milano, Viale Alemagna, 6
Orario: 10.30 – 20.30, chiuso il lunedì
Ingresso: 8 € – 6 € – 5 €
[www.triennale.it->HTTP://www.triennale.it]






