Il sindaco tamarro, la moglie rampante, la teenager con la gomma sempre in bocca e la nonna in carrozzella. Il meccanico in tuta da lavoro, il ragazzetto scemo immigrato da oltre provincia con il cappello all’indietro, la vecchia ingobbita e il prete bastardo. E poi naturalmente loro, i due protagonisti: Ubu, vice comandante dei vigili urbani di Pallano (ma in caserma sono solo in due…) e la sua perfida, acida, calcolatrice moglie.
È questa la “varia umanità” che popola il palcoscenico di “Ubu a Pallano”, spettacolo ispirato all’ “Ubu Roi” che Alfred Jarry scrisse nel 1896 e che Stefano Angelucci Marino ha messo in scena quest’anno, alle porte del centenario della morte di Jarry, avvenuta nel 1907. Pallano, come spiega lo stesso regista e autore, rappresenta “una specie di immaginario paese dei paesi d’Abruzzo, luogo/nonluogo dell’identità profonda di una comunità alla deriva”.
La storia è semplice: Madre Ubu, autentico esemplare di moglie vipera, è stanca del marito che nella vita arriva sempre secondo e lo convince, perciò, ad uccidere il sindaco di Pallano e a prenderne il posto. Il complotto viene messo in atto grazie al genio criminale del parroco del paese, che, dopo un breve “braianstorming”, propone come scena del delitto la processione di San Donato perché “quel porco del Sindaco si deve morire!”. Ma quando Ubu arriva alla fascia tricolore, il prete attacca con le richieste: le divise del coro, le sovvenzioni al coro, gli omaggi musicali del coro, il libero teatro di Pallano, coro-compagnia-coro-coro-teatro-coro… basta! Il sindaco non ne vuole sapere: è di gusti raffinati, lui, riconosce l’arte dalle buffonate dei quattro spiantati abitanti di Pallano, e perciò nega sovvenzioni, aiuti e si rifiuta persino di ascoltare le esibizioni dei suoi cittadini. La vendetta del perfido sacerdote non tarda ad arrivare: il libero Teatro di Pallano mette in scena “Il lupo di Pretoro”, parallelo dell’Amleto di Shakespeare, in cui, ovviamente il cattivissimo lupo mangiabambini indossa la fascia da sindaco. Ma “l’ironia in Abruzzo non esiste, se qualcuno deve parlare male del sindaco gli parla alle spalle”, perciò niente teatro di denuncia sociale, nessun Harold Pinter dei poveri: questa “è una cacata, e per farla vi dovete pure impegnare!”. Ma Pallano ormai è in rivolta, scontenta del sindaco dittatore: durante il carnevale, Ubu farà la stessa fine del suo predecessore.
C’è lo spirito di volgarità, eccesso, parossismo linguistico, dei gesti, dei costumi (dai colori sgargianti) e persino delle musiche (in parte tratte dal repertorio popolare, in parte da Vinicio Capossela) che caratterizzava il testo di Jarry, in questa versione abruzzese del perfido Ubu. Il dialetto abruzzese rende drammaticamente verosimile la faccenda: non è l’italiano ripulito senza cadenze, ed è perciò lingua viva e vera. Il dialetto, inoltre, localizza geograficamente una terra che il regista, abruzzese anch’egli, sembra quasi voler rimproverare, o per lo meno prendere in giro: se non c’è un Santo non si fa una festa, se non c’è l’alleanza tra il prete e il sindaco non si governa.
Ma, oltre alla sete di potere e alla spietatezza con cui ottenerlo, argomenti che furono la linfa dell’Ubu Roi originale, il tema fondamentale di questa versione di Angelucci Marino ci sembra sia il teatro in se stesso. Il teatro viene usato come espediente per smascherare la crudeltà del sindaco (ricalcando Amleto), in una concezione della scena che potrebbe essere catartica, salvifica; ma è poi lo stesso teatro a divenire causa della collera di Ubu e quindi del dramma che finirà con la sua uccisione. Una parodia del teatro che diventa impotente, i cui mezzi sono smascherati da sfacciata incompetenza (il lupo indossa la fascia tricolore). È un meta-teatro fallito e che fallisce, quello che va in scena nella scena dell’ “Ubu a Pallano”: forse, chissà, una denuncia al teatro stesso da parte di Angelucci Marino, ad un teatro troppo sopito e inefficace nel sollevare temi sociali. E quando, appena prima della fine della rappresentazione, gli attori si tolgono la maschera (simbolo per eccellenza dell’arte teatrale), sembrano voler sottolineare che “è tutto vero, siamo proprio così”.
“Ubu a Pallano” è uno spettacolo molto bello, intrigante, dal ritmo serrato; un testo coerente costruito con intelligenza, ricco di citazioni (Shakespeare, Giulio Cesare e i fratelli De Rege con il loro “Vieni avanti, cretino!”) in cui tutto quadra nella logica registica. Bravissimi gli interpreti, in particolare Stefano Angelucci Marino, Giacomo Vallozza e Antonio Crocetta. Le risate abbondano ma la sensazione che rimane è agrodolce: in qualche modo, l’umanità fredda, calcolatrice, disillusa e volgare di questo spettacolo ci riguarda.
Teatro Aurora, Marghera (Ve), 16 dicembre 2006 ore 21, Stagione di Teatro Contemporaneo 2006-2007.
TEATRO DEL SANGRO / COMPAGNIA I GUARDIANI DELL’OCA
UBU A PALLANO, da Alfred Jarry
Con Giacomo Vallozza, Concetta Laico, Raffaella Di Donato, Massimiliano Serrapica, Antonio Crocetta, Carmine Marino, Vittoria Oliva, Stefano Angelucci Marino.
Scene e costumi: Massimiliano Serrapica; Maschere: Stefano Perocco di Meduna; Luci e suono: Seby Marcianò; aiuto regia: Giacomo Vallozza e Emilia Paolini; testo e regia: Stefano Angelucci Marino.
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