Prosegue il Taormina Film Festival al Teatro Antico. La terza serata, affidata alla conduzione della giornalista Elvira Terranova, è stata variegata e ricca di spettacolo, diversificata nell’intrattenimento tra premiazioni, musiche, proiezioni e anteprime cinematografiche.

Continua l’iniziativa “Proiezioni – suoni e parole prima del film”, con l’intervento di uno degli artisti più apprezzati e seguiti del panorama jazzistico internazionale, Omar Sosa, che ha sonorizzato La Montagne infidèle, film-documentario realizzato nel 1923 da Jean Epstein. La serata ha registrato anche la presenza di Steve Riambau della Filmoteca de Calunya e dello scrittore Mario Patané. Conclusa la suggestiva esibizione, sulle note del piano di Sosa ad accompagnare le immagini di Epstein, il musicista ha ultimato la sua performance con dei propri brani jazz.

Si è proseguito con la cerimonia di premiazione del Cariddi d’oro alla carriera assegnato a Carlo Degli Esposti. Il direttore del Festival Marco Müller, ha inoltre tenuto ad evidenziare come Degli Esposti sia il primo produttore ad essere premiato nella storia del Festival di Taormina.

Premiazione seguita infine dalla proiezione in prima mondiale de Il giudice e il boss del regista Pasquale Scimeca. Sono intervenuti sul palco prima dell’inizio il regista, la produttrice Linda Di Dio e gli interpreti Gaetano Bruno, Peppino Mazzotta e Claudio Castrogiovanni.

Il film racconta la vicenda del giudice Cesare Terranova e del maresciallo di polizia Lenin Mancuso e della loro lotta contro la mafia. Ciò che emerge dal racconto è come la lotta contro il cancro che è la mafia, nel film incarnata nella figura del boss mafioso Luciano Liggio, venga portata avanti con integrità e coraggio dal giudice Terranova, e come il suo operato abbia rappresentato un modello per figure, a lui successive, della portata di Falcone e Borsellino.

Un film fortemente realistico per tener viva la memoria di una grande figura, che nonostante abbia sacrificato la vita nella lotta alla mafia, non viene oggi adeguatamente ricordata. Emerge sicuramente il senso del dovere che guidava nel loro operato questi eroi: dal suo canto il regista ha confessato di aver avvertito quasi l’imperativo di portare questa storia sullo schermo per farla conoscere al grande pubblico. “Questo film lo dovevo fare, per me è un dovere morale, alla faccia di tutti i farisei che lottano la mafia solo a parole o peggio ancora per fare carriera” ha concluso Scimeca.