venerdì, Luglio 17, 2026
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Armando Punzo, da Shakespeare all’utopia che si realizza

Cenerentola della Compagnia della Fortezza (foto di Stefano Vaja).

Il 24 luglio Armando Punzo presenterà il nuovo spettacolo della Compagnia della Fortezza, che per ora si intitola provvisoriamente Il capitale umano. Vale la pena, prima di entrare in questo nuovo capitolo, fare un salto indietro agli ultimi lavori del gruppo di Volterra. Armando, se non sbaglio, il progetto che si è concluso nel 2025 aveva una scadenza triennale: Atlantis cap. 1, Atlantis cap. 2 e Cenerentola. Il primo dei tre però si collega al blocco precedente, come risulta anche dalla parola «permanenza», presente anche nel quarto ‘atto’ di Naturae, che vede la luce nel 2022, prima di lasciare appunto spazio ad Atlantis.

In realtà tutti questi ultimi dieci anni partono dal lavoro svolto su Shakespeare, dai due anni dedicati alla sua opera, cui sono seguiti altri due anni incentrati su Jorge Luis Borges e poi i cinque che abbiamo voluto chiamare Naturae, che facevano parte di uno stesso percorso a tappe, come i vari sottotitoli indicavano chiaramente. Poi c’è stato l’ultimo blocco, dal 2023 al 2025. Insomma si tratta di un progetto che non si è mai veramente interrotto, non abbiamo creato alcuna cesura: fino a Cenerentola abbiamo proceduto sulla stessa linea. Intendo dire che il punto di partenza è stato un ragionamento su Shakespeare. La domanda principale è stata: quale tipo di umanità ci racconta e ci lascia in eredità? Shakespeare però va inteso un po’ come il simbolo di tanti artisti, tanta letteratura, tanto cinema… Ci siamo rivolti a lui come massimo rappresentante della scrittura e della drammaturgia occidentale. Naturalmente non è l’esclusivo portavoce dell’Occidente, c’è un’immensa letteratura che procede come lui, per non parlare delle altre arti… E certo Shakespeare è un genio, anche se alcuni dicono che si trattasse di una ‘cooperativa’, non di un unico autore…

Un po’ quello che dicevano qualche secolo dopo di Alexandre Dumas fils, però con qualche argomentazione in più…

Esatto. Però non è questo il punto che ci interessava. Studiando le sue opere ci siamo resi conto che ci consegna un tipo di umanità che ci assomiglia tantissimo. Ma proprio a partire da questa enorme somiglianza abbiamo cominciato a ragionare chiedendoci se noi fossimo solo questo, se fossimo fatti solo di queste cose. Abbiamo iniziato ad avere la sensazione di essere come i criceti nella ruota, che tra l’altro è un’immagine che viene dal Buddismo, e di non poter mai scendere dalla ruota della vita. Ci siamo domandati: «È mai possibile che non riusciamo a emanciparci da noi stessi, da quello che siamo e soprattutto da quello che pensiamo di essere?» Anche tutta la letteratura postshakespeariana, tranne ovviamente alcuni singoli casi, ci racconta così come siamo, nel bene e nel male. Non è soltanto una questione drammatica, che ha a che fare con la violenza, ma ci viene restituita un’umanità che proprio non è capace di essere consapevole di poter essere altro. Di qui vengono le mie letture, come il testo di Georges Gurdjieff nel quale si dice che siamo come dormienti, e se non incontriamo qualcuno o subiamo uno choc non riusciamo a uscire da questa condizione. Il Buddismo ragiona in questi termini. Ma questo concetto appartiene un po’ a tutte le religioni. Quando Cristo dice: «Lasciate tutto e seguitemi» la sua proposta non è affatto semplice. Questo pensiero dunque ci appartiene profondamente, però sembra che sia poco frequentato. Ma a me evidentemente, forse sarà per la mia storia, sia in carcere che nelle esperienze precedenti, sembrava fosse molto interessante. Quindi abbiamo iniziato da Shakespeare, poi per due anni ci siamo dedicati a Borges e in seguito ci sono stati gli anni di Naturae, dove emergevano queste qualità che normalmente vengono messe da parte, per arrivare ad Atlantis, che sembrava avessimo chiuso e invece no. Perché Naturae era il viaggio di uno solo, e invece abbiamo pensato che ci dovesse essere una comunità. Nel percorso da Atlantis a Cenerentola è apparso poi tutto un mondo di pensatori e scienziati.

In effetti si assiste a un’irruzione della scienza in questi lavori…

Sì, pensa per esempio alla fisica quantistica: non c’è più bisogno che 2 + 2 faccia 4: c’è tutta una teoria su questo, 2+2 può fare tranquillamente 5 meno una frazioncina. Quindi abbiamo pensato che Lui, il personaggio principale di quegli spettacoli, si voleva circondare di persone che continuano a cercare, in tutti gli ambiti. Perciò abbiamo messo al centro la ricerca: nel mondo della scienza, della fisica, della letteratura, della pittura, dell’arte… È come se ci fosse stata una stagione della ricerca, che noi individuiamo negli anni Venti del Novecento, e in seguito nei Sessanta-Settanta. Poi tutto è finito. Come se la ricerca non fosse una cosa che continua. Noi stessi l’abbiamo fatta finire: forse la parte umanista, forse il teatro hanno pensato che il processo di ricerca fosse finito. Ma nella filosofia e nella scienza non è così.

Che tipo di scarto è avvenuto da Atlantis cap. 1 a Cenerentola?

Prima di tutto Cenerentola è una figura che mi affascina e cui penso da tantissimo tempo, ma non per questo era necessario utilizzarla. Però quando abbiamo cercato una figura mitica ci è venuta subito in mente lei: Cenerentola doveva stare lì a occuparsi della cenere e non doveva assolutamente partecipare al ballo di corte, che non rappresenta tanto la famosa festa del principe ma invece implica una trasformazione. Cenerentola subisce una trasformazione e ci indica la questione dell’utopia. Ernst Bloch è stato il compagno di strada di questi anni, anche se non da subito ma da quando ci siamo rivolti a Borges. Non l’abbiamo mai usato direttamente, però Atlantis è stato fondamentalmente un lavoro sull’utopia, anche se questo termine potrebbe sembrare ormai squalificato. Lui cita anche Cenerentola per parlare del lavoro quotidiano, di quello che puoi fare quotidianamente per cambiare. Bloch nel Principio speranza è un grande teorico dell’utopia intesa come lavoro o pratica quotidiani. Tu hai un sogno a occhi aperti, ciò che è importante è la nostra capacità di immaginare, e questo ti permette di trasformare te stesso e di trasformare il mondo. Per questo Bloch, soprattutto in questi tempi, è diventato, come accennavo, un compagno di strada fondamentale. Cenerentola è divenuta questo: lei, protagonista di una fiaba, rappresenta tutto il mondo della ricerca e delle possibilità. Lei riesce ad andare al ballo a corte, a dispetto di tutto e di tutti. Mentre le sorellastre fanno di tutto per stare nel mondo. Ma mentre lei lo fa senza nessuna fatica, loro si tagliano i calcagni, le dita dei piedi per entrare dentro quelle scarpette che rappresentano la vita. Una cosa fondamentale che abbiamo scoperto è che Cenerentola esiste in tutte le culture del mondo. Sembra che la fiaba, o meglio il mito, sia partito dall’Egitto, quindi da un luogo molto lontano, ma sia stato e sia presente in tutto il mondo, quindi è un mito fondativo. Ce ne sono più di trecento versioni, e questo non lo sapevo nemmeno io.

Da tempo hai abbandonato un autore di riferimento per i tuoi spettacoli.

In un certo senso sì, perché anche di Cenerentola rimane solo il nome, la suggestione. Non abbiamo inserito parti della fiaba, però in qualche modo siamo tornati a un mito di riferimento.

Del resto, nemmeno nel lontano Hamlice. Saggio sulla fine della civiltà, del 2010, i due testi costituivano il cuore della drammaturgia.

Hamlice stava tra Amleto e Alice nel paese delle meraviglie. Più precisamente era una migrazione di Amleto in Alice.

Cosa cambia nel lavoro quotidiano, non avendo più un testo, come – per citare uno spettacolo fortunato – I negridi Genet? Che tipo di lavoro svolgi oggi con i tuoi attori?

Cominciamo a leggere tanto, e poi andiamo per suggestioni. Molte volte alcune intuizioni o riflessioni vengono scritte. Per fare un esempio, Naturae non aveva più alcuna opera teatrale precedente cui rifarsi. In pratica il testo è emerso lentamente da tutti i miei appunti: ci siamo resi conto che quegli appunti costituivano il testo dello spettacolo. D’altro canto, nel lavoro creo una scrittura parallela, che è appunto composta di appunti di non so quante pagine, presi durante le sessioni di studio. Alcuni di loro confluiscono poi nell’allestimento finale. E tutti questi elementi costituiscono il punto di partenza per il nuovo lavoro che presenteremo a fine luglio.

Tornando per un attimo indietro ad Atlantis, mi incuriosisce questo titolo, che anch’esso ha a che fare con un mito oltre che con la dimensione dell’acqua, del sommerso…

Atlantis era davvero la possibilità di scoprire l’Atlantide, un posto mitico ma che noi intendevamo come luogo concreto da cercare, dove fosse possibile vivere in maniera completamente diversa. Poi progressivamente ci siamo resi conto che ci mancava uno scarto, e siamo approdati a Cenerentola. Ci siamo arrivati per gradi anche attraverso Bloch. Tra l’altro, La gatta Cenerentola, nella versione di Roberto De Simone, è stato anche il mio primo spettacolo con la Compagnia della Fortezza, nel lontano 1989. Come dicevo prima, Cenerentola è la figura che meglio può incarnare l’utopia.

Riprendiamo allora il concetto di utopia, che mi sembra tu consideri come realtà alternativa e possibile, e non relegata al mondo della speranza e del sogno, come viene perlopiù intesa oggi.

È quella cosa che non si realizzerà mai, bella ma impossibile: questa è l’accezione che ha preso nel corso del tempo. Ma Bloch nelle migliaia di pagine del Principio speranza afferma disperatamente che non è così. Anzi che noi siamo degli esseri utopici, è un meccanismo umano. L’uomo si immagina delle cose e delle prospettive. Ma questo concetto è presente anche in Sapiens. Da animali a dei di Yuval Noah Harari, dove viene fatto l’esempio della Peugeot, che all’inizio era un’officina meccanica e poi mano a mano si è trasformata e ampliata fino a divenire una multinazionale. Tutto questo è frutto dell’immaginazione: noi esseri umani ci siamo immaginati delle cose e le abbiamo realizzate. Non è che esistesse in natura una fabbrica di automobili o un certo modo di intendere la mobilità, il mondo e la società. Tutto quello che abbiamo intorno è frutto della nostra immaginazione, siamo noi che ce lo siamo creati. Il problema è che adesso sembra invece che non si possa immaginare qualcosa di diverso. Sembra che siamo arrivati al capolinea, che abbiamo capito tutto e che il mondo sia così, irreversibilmente immutabile. Ed è su questo concetto che stiamo lavorando ormai da un paio di anni. Non è solo una questione politica, anzi viene prima della politica, non c’entra se uno è di destra o di sinistra, se la vede in un modo o in un altro. Sembra proprio – ripeto – che noi abbiamo perso (o abbiamo dimenticato) la capacità di immaginare, anzi, noi cerchiamo di fare di tutto per restare nel nostro mondo, che comunque, almeno per il momento, è uno dei migliori. Questo perché partiamo dalle condizioni materiali, che riteniamo siano la soluzione a tutti i problemi. Ma la realtà non è questa: non c’è stata nessuna rivoluzione umana, e quello di cui provo a parlare è invece proprio una rivoluzione umana, come auspica Bloch. Cenerentola e tutti i lavori degli ultimi anni vanno in questa direzione.

Quest’irruzione del pensiero di Bloch negli spettacoli della Fortezza è stata casuale o è frutto di una scelta precisa?

Fa parte di una serie di autori che abbiamo letto e analizzato. Lui di base è un marxista, ma al netto del marxismo (o di quello che è diventato in mano ad altri) è uno degli scrittori che ho incontrato e ho iniziato a leggere, trovandolo straordinario. Mi ha fatto capire che non sono completamente pazzo, c’è qualcuno che ragiona in questi termini ed è anche vicino alla mia storia: io sono in carcere da quasi quarant’anni e giorno per giorno lavoro immaginando delle cose che poi si realizzano. Con mille difficoltà ovviamente, e spesso non esattamente come avevi pensato tu. Però si realizzano. La realtà non rimane ferma: il carcere di Volterra non è restato quello di quarant’anni fa. Quindi trovare un autore che dice cose del genere significa – lo ribadisco ancora – trovare un compagno di strada importante, come del resto lo è stato Borges, lo è stato Genet e tanti altri che abbiamo letto in questi anni. Senza anticipare nulla del prossimo spettacolo, che debutterà a breve, ti chiedo infine se si colloca in continuità con gli ultimi lavori oppure se ne discosta. Posso dirti che abbiamo pensato a un ritorno. Dopo questo lungo viaggio che Lui ha intrapreso – e che è iniziato rifiutando di mettere in scena i personaggi di Shakespeare, e poi attraversando Borges, il lago, il macrocosmo che abbiamo chiamato Naturae, la ricerca dell’utopia come meta concreta – ora potrebbe ritornare al punto di partenza, a casa, ricalcando quello che potremmo definire il viaggio dell’eroe, che a un certo punto prevede appunto un ritorno, un nostos. Non più come individualità ma come comunità (teatrale): il capitale umano siamo noi, come gruppo, come persone che ancora si interrogano sulle cose.

Atlantis cap. 1 della Compagnia della Fortezza (foto di Stefano Vaja).
Cenerentola della Compagnia della Fortezza (foto di Stefano Vaja).