Biennale Arte 2022 – Simone Leigh: Sovereignty

Padiglione degli Stati Uniti

Una presenza forte quella del padiglione americano alla Biennale d’Arte 2022, che ospita la ricerca artistica di Simone Leigh, presente anche all’interno della mostra centrale de “Il Latte Dei Sogni” e vincitrice del Leone d’Oro di questa 59. Esposizione Internazionale d’Arte.

Il lavoro di Leigh ingloba e trasforma l’architettura del padiglione americano e immerge immediatamente il visitatore nel soggetto. L’esterno del padiglione degli Stati Uniti è ricoperto da un tetto in paglia, che nasconde la tradizionale facciata palladiana riconducibile alla piantagione di Monticello di Thomas Jefferson. La Facciata è un esplicito riferimento alle costruzioni realizzate per l’Esposizione Coloniale di Parigi del 1931, all’interno delle quali venivano esibiti usi e costumi delle popolazioni delle colonie francesi, un’operazione fortemente criticata dagli intellettuali dell’epoca. Al centro del cortile campeggia Satellite una rilettura monumentale del D’mba, strumento rituale delle popolazioni Baga della Guinea, che ai Giardini funge da richiamo per gli spettatori di tutto il mondo.

Simone Leigh, Last Garment, 2022

Una decina di opere all’interno del padiglione, sapientemente collocate in un semplice allestimento, denunciano la storia coloniale narrata dall’Occidente ed evidenziano le lacune presenti nella memoria collettiva. Le sculture sono realizzate in bronzo, paglia, ceramica – materiali chiaramente collegati all’Africa – e ruotano attorno alla tematica che l’artista approfondisce da anni: la soggettività della donna nera. In particolare, come suggerisce fin dal titolo – Sovranità – l’artista alla Biennale vuole affrontare l’argomento dell’autodeterminazione, dove “essere sovrani significa non essere soggetti all’autorità, ai desideri o allo sguardo altrui, ma essere autori della propria storia”.

Nella prima sala incontriamo uno stereotipo piuttosto comune: l’immagine di una donna che lava i panni nel fiume, tratta a sua volta da una serie di cartoline distribuite a fine Ottocento per promuovere l’immagine del “buon selvaggio” e convincere così i turisti bianchi a visitare le Indie Occidentali Britanniche – l’area dei Caraibi. Nella sala successiva incontriamo un riferimento ad un’altra area geografica: Edgefield in Carolina del Sud, celebre per la produzione di oggetti in grès e per la diffusione di vasi facciali che erano utilizzati dagli afroamericani con scopi religiosi, però in questa sede il vaso in ceramica smaltata subisce una trasformazione mostruosa.

Simone Leigh, Anonima, 2022

Sentinella svolge il suo ruolo di vigilante tra i visitatori che attraversano gli spazi del padiglione, catturati da queste forme silenziose, l’opera è una figura di donna ma al contempo un richiamo ai bastoni di potere africani che “si crede posseggano in sé un’intrinseca energia e la conoscenza divina”. Nel video Conspiracy due mani intente ad impastare e modellare la materia attirano la nostra attenzione, Leigh viene ripresa mentre è al lavoro. La scultura che plasma è proprio quella accanto a noi: Sharifa, ritratto della scrittrice Sharifa Rodes Pitths, che descrive così la sua esperienza nel processo di creazione dell’opera d’arte: “Sotto le direttive di Simone, il mio corpo si trasforma facilmente da donna a terra, acqua, fuoco, aria, tempo”.

Una metamorfosi ulteriore ci attende nell’ultima stanza, dove una sfinge scruta il pubblico mentre alle sue spalle una cupola di rafia riprende le forme realizzate in ceramica e bronzo a partire da modelli in argilla lavorati dall’artista. Nascono così questi ibridi: volti di donna appoggiati su strutture a capanna, forse gonne, che si gonfiano smisuratamente, diventano vasi e contenitori, metafore del lavoro femminile ma anche portatrici di storia.

Il lavoro di Simone Leigh non finisce qui, in autunno infatti si svolgerà il progetto Loophole of Retreat: Venice, simposio organizzato da Rashida Bumbray attorno al tema del lavoro intellettuale e creativo delle donne nere, un modo per l’artista di ringraziare e sostenere “le generazioni di artiste e intellettuali nere che hanno reso possibile la sua carriera artistica”.