Elisa è una detenuta in un carcere sperimentale (qualcuno, soprattutto in Italia, potrebbe dire utopico) in Svizzera: un carcere che crede davvero nella rieducazione dei detenuti grazie a lavoro, corsi, e un ambiente non oppressivo (in mezzo a un bosco). Elisa è in carcere per aver ucciso la sorella, omicidio di cui dichiara di non sapere nulla, almeno fino a quando non accetta di parlare del suo passato con un criminologo, convinto che sia importante capire cosa porta qualcuno a commettere un omicidio.
Dopo Ariaferma, Di Costanzo torna con un altro film carcerario. Qui però l’esperienza in carcere non è al centro del racconto, ma un tema di fondo, un’ambientazione che Di Costanzo sfrutta per fare un appello silenzioso e sacrosanto a riscoprire la funzione riabilitativa del carcere. La vicenda si concentra invece sulla psicologia del Male, ma senza la spettacolarizzazione che solitamente viene riservata al tema dai film made in Hollywood. Di Costanzo adotta un approccio distaccato, quasi documentaristico, più simile a quello di Saint Omer che a quello de Il silenzio degli innocenti o Mindhunters. Il Male viene raccontato, confessato, attraverso un dialogo tra Elisa (un’eccellente Barbara Ronchi) e un criminologo francese (Roschdy Zem, pure lui ottimo): un dialogo fatto di interruzioni, esitazioni, omissioni, bugie, che lentamente però progredisce verso la verità.
Questo approccio e vincente, ed evita la deriva pietistica o da spettacolarizzazione che spesso pervade opere italiane di questo tipo, regalandoci un film teso, cupo, interessato alla psicologia e alle pulsioni umane come un entomologo è interessato a un insetto. Purtroppo Di Costanzo cede alla tentazione di cercare di dare dinamismo al racconto attraverso flashback che, anziché aggiungere, finiscono per togliere potenza ed efficacia al film, rompendo l’atmosfera claustrofobica e la sensazione di essere entrati, come mosche sul muro, in una seduta psicanalitica con l’assassino – ovvero i due punti di forza del film. L’esplorazione della mente umana e delle sue pulsioni più cupe funziona proprio per l’assenza di emozioni espresse da Elisa, per i suoi silenzi e le sue omissioni: far vedere ciò che è successo è come svelare il trucco di un prestigiatore.
Vedere il passato di Elisa è irrilevante, e lo è proprio per come Di Costanzo costruisce il resto del film, un fiume di parole di un narratore inattendibile che, a poco a poco, accetta di fare i conti con la verità: i flashback anticipano e depotenziano il percorso di Elisa, rendendo le sue parole più vuote, meno interessanti e di impatto. Ancora più inspiegabile il personaggio e la sequenza dedicata a Valeria Golino, madre di una vittima del tutto slegata dalla protagonista: quasi un cortometraggio a se stante inserito a viva forza nella trama principale.
Detto della bravura di Ronchi e Zem, tutto il cast in generale offre un’ottima prova, restituendo alla perfezione il dolore e l’angoscia di chi si trova a fare i conti con un assassinio così brutale commesso da qualcuno che amano e conoscono e che non riterrebbero mai capace di un gesto del genere. La fotografia è fatta di colori freddi, perfettamente in linea con il film, fatta eccezione per alcune sequenze (quasi sempre nei flashback) che il buon Duccio Patané definirebbe “smarmellate”, in cui l’algida raffinatezza del resto del film lascia spazio a colori piatti e immagini banali.
Elisa risulta così un’occasione persa, un film con ottimo potenziale, una bellissima tematica, e un ottimo cast che perde forza e potenza (e guadagna inutilmente in durata) per inseguire delle pulsioni da televisione nazionalpopolare in cui tutto deve essere spiegato e tutti i personaggi devono piacere al pubblico. Peccato, ma il talento resta.










