Dalla biografia (ampiamente) romanzata, firmata dal politologo e saggista Giuliano da Empoli, di Vladislav Surkov (ribattezzato Vadim Baranov), pluriennale assistente e spin doctor di Vladimir Putin. Baranov racconta a un giornalista americano appassionato di Russia la propria lunga e intensa parabola esistenziale, scrupolosamente suddivisa in capitoli corrispondenti ad alcune tappe cruciali del trentennio attraversato dalla Federazione russa, post sovietica prima e marcatamente putiniana poi. Dalle chimere artistiche sperimentali dei primi anni Novanta alla costruzione di un nuovo e vincente mito russo alle Olimpiadi di Sochi del 2014, passando per il successo commerciale delle prime emittenti televisive private e l’uso ingegnoso delle ‘fabbriche di troll’ per manipolare l’opinione pubblica nell’era dei social, assistiamo a una sontuosa ricostruzione del labirintico spazio ‘dietro le quinte’ alla base del consolidamento dell’hard power dell’establishment insediato al Cremlino e del soft power da esso irraggiato.  

Alicia Vikander – Jude Law – Olivier Assayas – Paul Dano – ph rominagreggio

Grandioso e teatrale ai limiti del kitsch come la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Sochi; limpido fino a sfiorare il didascalico nei suoi interminabili dialoghi funzionali a far capire allo spettatore a digiuno di storia e cultura russa contemporanea com’è impostata la mentalità di un’intera generazione di politici e oligarchi affermatisi e arricchitisi sulle ceneri dell’Unione Sovietica e ugualmente ossessionati dal potere e dalla grandeur di una ‘Russia eterna’; gustosamente ammiccante nel delineare la figura di Vadim Baranov, sgusciante e sorniona, nonché estremamente colta eminenza grigia per certi versi simile al protagonista di “House of cards” incarnato da Kevin Spacey: “Il mago del Cremlino”, l’ultimo lavoro di Olivier Assayas ora in concorso a Venezia 82 è tutto questo, similmente all’omonimo romanzo cui è ispirato e che è stato adattato dal regista insieme ad Emmanuel Carrère – lo scrittore francese fa peraltro una breve e autoironica comparsata nel ruolo di un intellettuale europeo intento a disquisire di arte a una sguaiata festa bohémien di giovani russi esaltati e inebriati dalle turbolenze post-1991, e “Il mago del Cremlino”, nella sua versione sia per la pagina che per lo schermo, presenta indubbiamente alcune affinità con il bestseller di Carrère Limonov nel suo ritratto di una Russia vicina alle usuali aspettative degli occidentali: enigmatica e sregolata, dilaniata tra le opposte spinte di un’anarchia furiosa quanto le onnipresenti tormente di neve e di una sclerotizzata stabilità ben incarnata nel granito degli austeri palazzi governativi.

Jude Law – ph rominagreggio

Gli spettatori russi potrebbero perciò restare perplessi da alcune forzature di una rappresentazione eccessivamente caricata e da dei risvolti poco credibili della trama (difficile che, nel 2021, un giornalista americano appena arrivato a Mosca possa essere contattato e invitato personalmente nella magione di un Surkov…). Inoltre, la Mosca che vediamo nel film è stata ‘ricostruita’ in Lettonia, fatto che non può sfuggire agli occhi di chi ha ben presente la conformazione della capitale russa (curiosamente, all’epoca della cortina di ferro i paesi baltici venivano impiegati dai cineasti sovietici come set naturale per i film ambientati in Europa, mentre oggi fungono da sfondo per i film occidentali ambientati in URSS o Russia). Ma questo in ultima analisi è irrilevante, perché si tratta di fiction, e gli artifici impiegati, a partire appunto dalla cornice con doppia voce narrante (prima il giornalista americano, poi lo stesso Baranov), sono utili a coinvolgere i non addetti ai lavori nella disamina di nodi estremamente complessi al ritmo concitato di una sorta di thriller politico con sfumature da gangster movie (il che è dimostrato anche dal finale, con un subitaneo coup de théâtre che non ha ovviamente alcun riscontro nella vera biografia di Surkov e che qui non sveleremo).

Negli ultimi tempi la transizione degli anni ’90 è stata costantemente al centro sia dei dibattiti dell’opposizione russa ora perlopiù in esilio, sia del cinema russo documentario e di finzione (solo per fare un esempio, ricordiamo un lavoro a nostro parere particolarmente riuscito come il documentario Putin’s witnesses di Vitalij Manskij). Il fulcro della questione, nonché motivo di riflessione sugli errori individuali e collettivi, è spesso consistito nell’individuazione del punto di non ritorno dopo cui la Federazione russa sarebbe andata incontro a una progressiva centralizzazione e a un irrigidimento della ‘verticale del potere’ (termine, come vediamo nel film, particolarmente caro a Baranov), trasformandosi in una ‘democrazia sovrana’ secondo il Cremlino o una ‘democratura’ secondo gli analisti occidentali, per poi degenerare nell’autentica dittatura personale di Vladimir Putin oggi. “Il mago del Cremlino”ha il merito di porre l’accento su tale punto di non ritorno, facendo notare come a suo tempo l’allora sconosciuto direttore dell’FSB fosse stato scelto a tavolino da potenti oligarchi come nuovo premier allo scopo di presentare ai cittadini russi un leader politico più convincente rispetto a un El’cin sul viale del tramonto. I magnati del selvaggio business russo degli anni ’90 non sapevano, però, che la loro presunta ‘creatura’, pensata per garantire i loro privilegi, gli si sarebbe ben presto ritorta contro, portando con sé ai vertici un nuovo clan legato non all’impresa o alla finanza, ma agli organi militari e di polizia, e allo stesso tempo persuadendo la società civile russa della necessità del ‘pugno di ferro’ per risollevare il paese. Baranov, in gioventù regista teatrale visionario e poi content creator per la tv commerciale, giocherà un ruolo chiave nel delineare un’immagine accattivante di Putin e della Russia di Putin, sia per uso interno che per l’esportazione. 

Il “mago” Baranov (paragonato a Rasputin, ancora una volta strizzando l’occhio all’immaginario russo filtrato dallo sguardo occidentale), va da sé, non è privo di fascino e, complice la narrazione in prima persona e il suo fare affabile con l’interlocutore americano, sembra costruito a tavolino per ispirare simpatia agli spettatori, nonostante le nefandezze compiute dal suo prototipo in carne ed ossa. Solo lui e l’oligarca Dmitrij Sidorov (alter ego filmico di Michail Chodorkovskij) hanno nomi di fantasia rispetto ai personaggi reali che li hanno ispirati. Gli altri conservano il proprio vero nome, e sono numerosissimi: l’oligarca Boris Berezovskij, lo scacchista e oppositore progressista Garri Kasparov, il trasgressivo scrittore e leader del bizzarro partito nazional-bolscevico Eduard Limonov, il losco imprenditore (e non ancora capo della Wagner) Evgenij Prigozhin… Anche considerato il formato e il tono vagamente ‘da piattaforma’ del “Mago del Cremlino”, ci sarebbe stato materiale adeguato per una serie di diverse puntate, ma nell’arco di un solo lungometraggio, nonostante i 156 minuti di durata, vari momenti e figure non vanno oltre un superficiale accenno, condito da battute ad effetto che a volte hanno l’aria di semplicistiche massime sull’anima russa. E questa è purtroppo un’occasione mancata, tanto più che molto di ciò di cui si parla riguarda non solo la Russia ma, a diverse gradazioni, la cosa pubblica globale, ormai tenuta sotto scacco dal caos della post-verità in una congiuntura in cui gli influencer determinano i risultati delle elezioni e nell’ottica dei più, per usare una frase russa particolarmente diffusa negli ultimi anni, ‘tutto non è inequivocabile’ come vorremmo credere. In tal senso, un film sulla distopica ‘dottrina Surkov’ potrebbe gettare luce su processi che trascendono in modo preoccupante i confini russi, ma nel “Mago del Cremlino” manca il dovuto approfondimento della questione.

Alicia Vikander – Jude Law – Olivier Assayas – Alberto Barbera – Paul Dano – ph rominagreggio

Come che sia, il film merita certamente una visione per la molto attesa e chiacchierata performance di Jude Law. Primo attore a interpretare Vladimir Putin al cinema, Law ha saputo riprodurre con encomiabile maestria la mimica, i tic, persino l’intonazione (nonostante la cadenza dell’inglese sia ben diversa da quella russa) del datore di lavoro del protagonista, rubando sin da subito la scena al più monocorde Paul Dano/Vadim Baranov. Tutt’altro che macchiettistico (a differenza dello gnomo irriso nella brillante satira televisiva russa Kukly, di cui nel film vediamo la pronta censura), il Putin di Law trasuda la giusta freddezza e imperscrutabilità di un diffidente e paranoico agente del controspionaggio. I detrattori più radicali del presidente russo potrebbero, non a torto, accusare Law e Assayas di aver conferito sin troppa dignità a colui che almeno dal secondo conflitto ceceno è a tutti gli effetti un meschino criminale di guerra. Ma chissà, forse il fatto di essere stato dipinto così sullo schermo, e da una star come Jude Law, lusingherà Vladimir Vladimirovič tanto da consentire la proiezione in Russia di un film che, considerati i molti punti dolenti che tratta, nella congiuntura odierna sarà sicuramente bannato a Mosca e dintorni.

Data di uscita: 12 febbraio 2026

Genere: Drammatico, Thriller, Storico

Durata: 120′

Anno: 2025

Paese:USA, Gran Bretagna, Francia

Formato: Dolby Digital

Produzione: Curiosa Films, Gaumont, Pierce Capital Entertainment, un’esclusiva per l’Italia I Wonder Pictures e Italian International Film (Gruppo Lucisano) con Rai Cinema

Distribuzione: 01 Distribution