Brillante esordio al lungometraggio di Ari Aster presentato al Sundance nella sezione Midnight, Hereditary – Le radici del male è un meccanismo perfettamente congegnato dal ticchettio sommesso ma implacabile, tanto lento a ingranare quanto disarmante nel dar seguito alle sue premesse. Un horror che guarda con un occhio al passato e l’altro futuro, proiettando il genere verso nuovi orizzonti di pubblico e, per certi versi, anche verso una sua ridefinizione.

La morte della madre risveglia in AnnieToni Collette, mostruosa in tutti i sensi – sentimenti contrastanti: da un lato il dolore per la perdita, dall’altro la consapevolezza dell’assenza di un vero legame con la donna, affezionata più alla sua misteriosa setta che alla famiglia. Come se non bastasse, tempo qualche giorno e la figlia adolescente Charlie – l’esordiente Milly Shapiro – finisce decapitata in un incidente d’auto mentre alla guida c’è il primogenito PeterAlex Wolff –, a sua volta preda di strane visioni. Nonostante le riserve del maritoGabriel Byrne –, Annie si rimetterà ai consigli di una “buona samaritana” imboccando una via senza ritorno.

Hereditary – Le radici del male

Dopo le uscite in sala di Halloween, tra cui figura pure l’ultimo epigono del capolavoro di Carpenter – la domanda è ancora: ce n’era davvero bisogno? –, può essere un buon momento per fare un bilancio di quello che è stato un anno fortunato per gli amanti dell’orrore, italiani in primis – un plauso ai nostri Guadagnino e Misischia. Si chiacchiera che proprio a Hereditary spetterebbe la cima del podio, ma non staremo qui a cercare di stilare una graduatoria del 2018 col rischio di perdere di vista quel che davvero c’è di interessante in questo film, sospeso tra omaggio e fame di autorialità.

Ricuperando suggestioni isolazionistiche di The Village (2004) e The Witch (2015), Aster relega i suoi personaggi in una casa ai margini del bosco, che se da un lato è perfetta affinché Annie, artista miniaturista, possa trovare la concentrazione di cui ha bisogno, dall’altro è un sistema a circuito chiuso. E appena uno dei componenti salta, il cortocircuito è garantito. Hereditary dedica la sua prima mezz’ora alla caratterizzazione di Charlie, che si guadagna un posto nell’olimpo delle bambine più terrificanti alla destra di Carrie: viso deforme, tic nervoso, strane abitudini alimentari e un’innata passione per gli animali morti – insomma la compagna di giochi di Michael Myers. È lo spunto orrorifico più lampante e ne siamo totalmente assorbiti, tanto da trascurare quel simbolo che a più riprese viene inquadrato quasi per sbaglio, e quando diamo ormai per scontato che ce la trascineremo fino alla fine il regista la fa uscire di scena. Consapevole del potenziale della sua creazione, Aster però lo reinveste durante tutto il film trasformando un semplice stimolo sonoro – il tic dello schiocco della lingua – in significante, un campanello d’allarme intermittente come poteva essere il verso delle bestie di A Quiet Place (2018) o il fischiettio di Twisted Nerve (1968). Per avere paura infatti non serve vedere, basta ascoltare.

Hereditary – Le radici del male

Anche se non come preventivato, il cortocircuito quindi è innescato e la spirale di rancore e senso di colpa costringe la protagonista a cercare aiuto al di fuori, in una comunità di cui non è parte. Eppure, nonostante la sofferenza che la divora, Annie appare in controllo: i diorami da lei minuziosamente assemblati e dipinti raffigurano proprio i tragici eventi degli ultimi tempi, quasi pensasse di esorcizzare il lutto attraverso l’arte. È però una casa di bambolee su questo Aster gioca tantissimo, vuoi alternando gli establishing shot della casa vera a quelli del diorama, vuoi cercando con la macchina da presa le geometrie e le proporzioni per far apparire gli interpreti dei pupazzetti – con cui gli accoliti della defunta madre si divertono, ed è appunto questo aspetto ludico a inquietare: la setta, più simile a quella della nuova versione di Satan’s Slaves (2017) di Anwar che alla congrega polanskiana con cui alcuni hanno azzardato un paragone, gioca al gatto col topo senza fretta, come se la riuscita del loro piano fosse già scritta.

Il “già scritto”, il determinismo cieco è forse l’aspetto più inquietante per noi spettatori cresciuti a pane e libero arbitrio, ma il terrore di cui parla Hereditary è atavico: è il femminile che prevale sul maschile e lo controlla – come nella tragedia greca; è la morte che sconfina e trionfa sulla vita, piegandola al suo volere; è il burattinaio (Annie) che diventa burattino, il demiurgo che cade dalla sedia e schiaccia il creato sotto il suo peso; è il vincolo elettivo (la setta) che prevale sul vincolo di sangue (la famiglia). È in altre parole la sconfitta della ragione, senza nemmeno il palliativo della fede perché l’unica fede che dà veramente risposte è quella che vuole subordinare l’al di qua all’aldilà.

Hereditary – Le radici del male

Ha radici antiche Hereditary, ma è anche figlio del suo tempo. Se Babadook (2014) tematizzava l’abbandono e le frustrazioni della maternità attraverso il conflitto con l’antitesi (il mostro) di quest’ultima , qui al centro sono l’elaborazione del lutto e la messa in crisi dell’idea stessa di maternità, portandola alle sue estreme conseguenze: paradossalmente, è adempiendo fino in fondo al proprio ruolo di madre che Annie finisce per fare il gioco di chi vuole la morte dei suoi cari. Un inno alla femminilità che Aster inserisce sotto traccia secondo i suoi modi di rappresentazione e che certo non fa della sua opera prima un gender movie – già al film della Kent era capitato di essere strumentalizzato in questo senso –, ma che riconferma la tendenza del genere a scoprirsi sempre più adulto e critico senza per questo tradire il patto con il suo pubblico di riferimento.

Con un cast di prim’ordineWolff ora più che mai è da tenere d’occhio – e un finale che nella sua essenzialità chiude il cerchio senza giri di parole, Ari Aster dimostra che un horror mainstream ma senza jumpscare, ad alto budget ma non manieristico non solo è possibile, ma può pure sbancare il botteghino. Attediamo fiduciosi la prossima estate per Midsommar.