È un film fatto per gli americani, per divertirli con intrighi e gelosie in salsa italiana. Ne è una dimostrazione la versione originale del film dove gli attori parlano un inglese con un impudente accento europeo, più dell’est che italiano, come era desiderio registico, farcito qua e là con parole italiane.


Volutamente esagerato, esasperato, macchiettistico, soap-operistico, un fotoromanzo anni 90 dalle tinte forti, House of Gucci sarebbe da snobbare per superficialità e pomposità, non fosse che il film racconta un noto caso di cronaca nera: l’omicidio di Maurizio Gucci nel 1995 su mandato della moglie Patrizia Reggiani (condannata a 29 anni, uscita prima per buona condotta).


Gli sceneggiatori Becky Johnston e Roberto Bentivegna si sono basati sul romanzo di Sara Gay Forden, House of Gucci (edito in Italia da Garzanti), per romanzare in modo ridondante la storia di Patrizia Reggiani (Lady Gaga dalle cotonate parrucche e strizzata dentro vestiti) e Maurizio Gucci (Adam Driver).
Gli attori da parte loro sono al servizio della regia e della storia. Facili e colorite macchiette create a tavolino per correre verso Premi.


House of 
Gucci – ambientato tra il 1978, quando la Reggiani incontra e sposa Maurizio Gucci a metà degli anni 90, quando commissiona l’omicidio del marito per gelosia – racconta la storia della scalata ai vertici della casa/marchio di moda Gucci da parte dell’ambiziosa e affarista Patrizia, ai danni dello “zio” Aldo (Al Pacino) e “cugino” (un euforico e sopra le righe Jared Leto nel ruolo di Paolo Gucci). Ne viene fuori un ritratto di Patrizia Gucci Reggiani deus ex machina di un marito bamboccio incapace di gestire i suoi affari. Scaricata per un’altra, Lady Gaga/Patrizia non saprà gestire la sua infelice e folle gelosia e farà uccidere il marito con la complicità della maga Pina (Salma Hayek).


Nel mezzo c’è il padre (Jeremy Irons) di Maurizio che disereda il figlio perché reputa la sposa un’arrampicatrice sociale, la riappacificazione, New York, auto, eredità, scarpe, case, palazzi, vestiti, faide famigliari, la Svizzera, la Guarda di Finanza, Tom Ford, due sicari assoldati per far fuori un uomo. Il film si chiude velocemente con una breve scena del processo in aula.

Non è il crimine, figurarsi il processo, che interessa a Ridley Scott. Qui la cronaca nera diventa un fattaccio di cronaca rosa, avidità e potere.
Perché House of Gucci vorrebbe essere un film sul potere, su quello che produce per raggiungerlo e conservarlo. Potrebbe esserlo se non fosse così smaccattamente senza scrupoli nel guardare quel delitto (27 marzo 1995). Ed è comprensibile che gli eredi Gucci si siano innervositi per come viene rappresentata la loro famiglia.

House of Gucci è un film dalla fastidisiosa furberia, dalla prolissità insopportabile, dura inesorabilmente due spudorate ore e trontotto meschini minuti in un accumulo irritante di luoghi comuni (italiani visti all’estero), caffè espressi, sigarette e pose plastiche.