Mentre qualche giorno prima una eminente connazionale si recava in Africa per negoziare importanti affari energetici, L’italiana in Algeri di Rossini chiude a Trento la stagione d’opera 2025/2026 della Fondazione Haydn. Vicende certo più amene, ma non per questo meno serie, appaiono quelle trattate nell’agile libretto di Angelo Anelli dove il potere, la negoziazione e l’arte di cavarsela in terra straniera sono prerogative di Isabella, fiera signora italiana che sottomette il Bey locale e libera i connazionali dal serraglio. Ironie della (cruda) sorte a parte, il lavoro di Rossini rimane oggi uno dei più rappresentativi della sua produzione musicale.
Andando oltre alle astuzie femminili e all’ambientazione orientale, topoi comuni nel melodramma dal Settecento in poi, emergono temi più profondi e interessanti su cui riflettere: il confronto tra sessi in ambienti culturali diversi, la satira verso certi club dell’epoca (cos’altro è la vestizione del Pappataci se non la parodia dell’iniziazione massonica?) e l’anelito patriottico (nel napoleonico Regno d’Italia ormai al capolinea) forniscono ad Anelli e Rossini gli spunti per un’evidente polemica di costume. Il tutto viene inserito nel bilanciamento perfetto della struttura drammaturgica, veloce e simmetrica in un parossistico crescendo. Pensiamo infine anche a quanto la protagonista sia l’espressione di rivendicazioni egualitarie, assai diffuse a quel tempo, contrapposte alle buffonerie riservate al lato musulmano, a cui Isabella si rivolge sempre con disprezzo e superiorità, al punto da chiederci se oggi un libretto del genere potrebbe vedrebbe la luce senza suscitare polemiche.
Il regista Fabio Cherstich, già a Trento per Barbiere nel 2025, parla invece di “un’Italia stereotipata già presente nel libretto” (sic), motivo per cui la vicenda viene trasposta nell’ambiente indefinito disegnato da Nicolas Bovey. Un cantiere, con tanto di porta del cesso in bella mostra, fa da sfondo agli eventi, tra coristi travestiti, tute in acrilico, materassini gonfiabili, ciabatte da piscina e catene al collo… elementi evocativi di certe suggestioni balcaniche più che di coste algerine. Isabella non è da meno, succinta nelle vesti createle da Arthur Arbesser che non rinunciano nemmeno ad un audace bikini durante l’aria dello specchio, momento nel quale in realtà ella non si dovrebbe svestire, ma abbigliarsi alla turca per sedurre Mustafà. D’altronde si spoglia pure Mustafà, fa caldo evidentemente. Se in Rossini la vis comica non è mai fine a se stessa, qui diventa banale al pari di quella di un cartoon e delle superflue gag del mimo Julien Lambert. Il grottesco predomina: lo scarto tra caos e disinvoltura non crea ilarità, bensì confusione, tanto che l’inserto patriottico “Pensa alla patria” perde di senso così come la cerimonia del Pappataci, ridotta a una ridda di zanni obesi. Eppure questo guazzabuglio colorato, pop e moderno piace al pubblico che segue divertito. Va comunque riconosciuto l’ottimo lavoro fatto sul triangolo Isabella-Mustafà-Taddeo che trova terreno fertile nel talento dei tre interpreti.



Alla guida dell’orchestra Haydn, Alessandro Cadario dirige con rigore filologico e grande energia ritmica, esaltando la brillantezza dei tempi rossiniani e un generale equilibrio tra orchestra e scena, al netto di lievi scollamenti come nel concertato della scena sesta e nel finale del secondo atto.
Primeggia l’Isabella di Laura Verrecchia, artefice di una prova magistrale. La linea di canto è ben controllata, la gestione del fiato e del legato appare molto curata, come dimostra in “Cruda sorte”. Verrecchia possiede corpo nei gravi, disinvoltura nelle agilità e brillantezza nell’acuto, sempre naturale e mai forzato. Il fraseggio è articolato con gusto e pertinenza. “Per lui che adoro” diventa quasi un incantesimo e “Pensa alla patria” un vero gioiello d’interpretazione. Giorgio Caoduro veste i panni di Mustafà con precisione musicale, buona dizione e sillabato, oltre a una presenza scenica convincente. Il suo è un Bey vanitoso e goffo, sovente a petto nudo, meno “mostro comico” tradizionale. Ottimo anche il Taddeo di Vincenzo Taormina, seppure ritratto come il classico turista con camicia a maniche corte, bermuda e sandali con calzini. Fresco e puntuale è l’Haly di Giuseppe De Luca. Lascia perplessi Ruzil Gatin, tenore non adatto a Lindoro, giocato solo sugli acuti, esibiti per compensare la disomogeneità di una voce nasale con un centro troppo leggero e poco sostenuto. Completano il cast l’Elvira di Gloria Tronel e la Zulma di Barbara Skora, entrambe migliorabili in dizione e volume.
Il coro Claudio Merulo di Reggio Emilia, preparato da Martino Faggiani, partecipa con evidente coinvolgimento.
Teatro sold out alla prima del 27 marzo con una nutrita presenza di giovani. Applausi per tutti.
Luca Benvenuti






