Israel Galvan al Teatro alle Tese per la Biennale Danza

Da una fioritura esplosiva di erranti razze nasce “Il flamenco” in un tratto di terra irrorata da luci e sorgenti e leggende quale l’Andalusia: gli spagnoli affiancati da arabi, gitani, africani, ebrei sefarditi si fondono e si abbelliscono nel canto e nella danza dai ritmi frenetici e liberatori, mirabile eredità per l’Europa intera.

Il flamenco assorbe rapsodie, leggende, intonazioni che affondano nelle secolari tradizioni del meridione europeo arricchito dalle culture orientali e africane.

Le strofe cantate (le coplas) in ottonari immerse nel turbinio dei ritmi dei piedi e delle mani, delle miracolose corde delle chitarre, effondono effervescenze e gioia di vivere.

E’ proprio questa vitalità esistenziale che invade lo spettatore quando incontra la straordinaria esibizione canora-teatrale di Jsrael Galvàn al Teatro alle Tese nell’ambito della Biennale Danza in Venezia.

Israel, figlio d’arte, reinventa la moderna danza flamenco proiettandola nello scintillio delle note del “taranto”, del tango,della rendena, del tonà, prendendo in prestito note di musiche contemporanee affini e innovative come quella del nostro Luigi Nono, di Maurizio Sotelo, di Antony Johnsons.

Ai fiati, agli archi, agli ottoni, Galvan si fa contrappunto in una miracolosa gestualità, reincarnatasi in musica, danza, acrobazia. Affida alla esuberanza dei suoni e di schemi andalusiani i suoi messaggi culturali e civili sotto forma di analogie e metafore in coralità con i suoi attori, pure essi, acrobati di note e movenze: ironie, improvvisazioni dall’inattesa sorprendente, profondità di contenuti giungono all’occhio e all’udito come soffice riposo e vibranti, stimolanti accezioni.

Figlio d’arte – ricordavamo – dei baillaores Jose Galvan ed Eugenia de Los Peyes, Israel è famelico nell’estrarre dalle “tablados” da ubriacanti nuclei festanti, dalle animate e gremite epifanie sagrali, in perenni cicli canori e danzanti, il succo ispirativo sedimentato nella sotterranea vulcanicità andalusiana.

Sono tali radici che alimentano il succo quasi miracoloso della sua ispirazione artistica, incarnata nella sua inesauribile mobilità gestuale,fattasi pure essa strumento di fascino musicale e di narrazione meditata e pungente.

Si resta attanagliati nell’ammirare quel corpo in perenni trasformazioni, prosciugato dall’innovazione creativa.

Ecco perché non ci si meraviglia che le sue esibizioni coreografiche siano ricche di onorificenze e premi coronati da quello nazionale della Danza ricevuto dal Dipartimento di Cultura del Governo spagnolo.