Il telefono, di fronte al camino, a portata di mano. A destra, la porta del salotto, il corridoio. In fondo al corridoio, la porta d’ingresso. Potrebbe venir qui, direttamente. Uno squillo di campanello:”Chi è. – Io.”

O anche telefonare arrivato a un Centro di smistamento: “Sono tornato, mi trovo all’hotel Lutezia per le formalità.”*

Marguerite (Duras) nella Francia liberata attende il ritorno del marito, Robert Antelme, prigioniero politico, deportato in campo di concentramento. È una donna in attesa, in compagnia costante del suo dolore. Attende ore, giorni, settimane e mesi, impregnata di un dolore originato dalla stratificazione di sentimenti complessi e antitetici, che a poco a poco si svelano, in modo mai lineare, come la prosa della scrittrice, stratificata e dalla semplicità solo apparente. All’inizio sono le parole dell’autrice, come nelle sue pagine, che raccontano il ritrovamento di questa storia, scritta per catarsi, dimenticata poi “in una casa di campagna regolarmente inondata d’inverno” e quarant’anni più tardi ritrovata. Nelle sequenze di Finkiel (che si è formato lavorando con Kieślowski e Godard) resta presente l’opera letteraria della Duras: quadri a nero, pause interiori che raccolgono il peso di un dolore autobiografico, e immagini che ne rappresentano il peso e che si sostanziano della composizione di presenze doppie, statiche e in movimento, a fuoco e fuori fuoco; e reiterazioni e pensieri che si accompagnano a sequenze di dettagli architettonici e paesaggi urbani. Un felice intreccio di letterario e cinematografico che non si mostra mai come frutto di un compromesso, ma come un corpo naturalmente generato, la cui eco lontana si può trovare in Hiroschima mon Amour.

Gli ultimi giorni dell’occupazione, la liberazione, il ritorno e la normalizzazione politica: Parigi diviene il contenitore per una donna dolente che aspetta nel suo appartamento, per uomini e donne che ritornano alla normalità della pace e per Charles De Gaulle, che con un colpo di spugna vorrebbe annullare tutto ciò che è stato. Una storia ampia e intensa, che  nella sua trasposizione mantiene la forza della realtà vissuta; una realtà autobiografica che il regista ricostruisce intrecciando i primi due racconti brevi della raccolta La Douleur, pubblicata nel 1985: il racconto dell’attesa del ritorno di Robert Antelme ne La douleur si spezza con il tempo che si riavvolge al passato di Monsieur X dit ici Pierre Rabier, che racconta del  pericoloso rapporto che Marguerite allaccia con un agente francese della Gestapo, nella speranza di avere informazioni sulla sorte del marito, subito dopo il suo arresto. Il volto intenso e contratto di Mélanie Thierry accompagna tra presente e passato, con tenacia e forza di resistenza, sino a sciogliere l’enigma che sottende tanto dolore.

Un racconto sull’attesa e sul ritorno, su quello che accade dopo, a cose finite, quando il diffuso lieto fine della liberazione dovrebbe interrompere la storia; La douleur racconta quel che è accaduto, tra privato e pubblico, con passione e delusione, amorosa e politica.

Inusuale, da vedere.

Da Marguerite Duras, LA DOULEUR P.O.L. éditeur, 1985, traduzione di Giovanni Mariotti, IL DOLORE, Feltrinelli 1985.

 

Titolo originale: La douleur
Nazione: Francia, Belgio, Svizzera
Anno: 2017
Genere: Drammatico
Durata: 127′
Regia: Emmanuel Finkiel
Cast: Mélanie Thierry, Benoît Magimel, Benjamin Biolay, Grégoire Leprince-Ringuet, Emmanuel Bourdieu, Anne-Lise Heimburger, Patrick Lizana, Shulamit Adar, Joanna Grudzinska
Produzione: Cinéfrance 1888, Cinéfrance Plus
Distribuzione: Valmyn, Wanted
Data di uscita: 17 Gennaio 2019 (cinema)