Il 41° Torino Film Festival assegna il premio di 18 mila euro per il miglior film nel Concorso Lungometraggi Internazionali all’opera prima in ambito fiction del giovane regista ucraino Philip Sotnychenko, nato a Kiev nel 1989.

Il film ha lasciato perplesso il pubblico ma la giuria – composta da Lyda Patitucci (Italia), Clément Rauger (Francia), Martin Rejtman (Argentina), Angel Sala (Spagna), Elisabetta Sgarbi (Italia) – lo ha premiato motivando la scelta con queste parole: “Film complesso, di grande libertà registica nella costruzione delle scene che, concatenandosi, trovano il loro senso autonomo. Il regista, alla sua opera prima, dimostra assoluta padronanza dei mezzi.”
La vicenda è ambientata nell’Ucraina del 1996, pochi mesi prima che il paese, diventato indipendente, firmasse la moratoria sulla pena di morte.

Due vecchi amici, un detective di polizia e uno psichiatra forense, indagano sull’omicidio di un collega. Tempo prima, entrambi erano stati innamorati della vedova della vittima. Immersi in un caso sempre più complicato e in ricordi di eventi che sembravano dimenticati, i due uomini aspirano a creare un futuro migliore in cui i loro figli dovranno vivere, ereditandone le aspirazioni irrealizzate.

Il film, che era stato presentato in anteprima a Rotterdam e successivamente in altri festival, è definito dal direttore del Tff, Stefano Della Casa “Fuori dagli schemi, duro, strano, secco, che dimostra una perfetta padronanza della cinepresa e dei tempi filmici. Spero venga distribuito anche in Italia”.

In effetti più che fuori dagli schemi, sembrerebbe proprio senza schemi, anche se di fatto la sostanza è ben chiara ed esplicita, ed è la violenza della pena di morte, forse l’ultima comminata prima della sua abolizione. Eppure e sorge qua e là il dubbio che ci vorrebbero sottotitoli anche per piegare certe scene dove forse lo spettatore ucraino capirebbe, ma per noi il sottinteso è troppo oscuro. Oscuro come il significato stesso del titolo “La Palisiada”.

Potrebbe essere una storpiatura della parola italiana “Pagliacciata”, oppure della parola ucraina che significa “polizia”. “É un modo di dire” – viene detto nel film – “una ridondanza nel parlato”. Qualcuno ha osservato che sembra quasi un commento al film stesso, dove talvolta i personaggi parlano incessantemente, spesso indistintamente e uno sopra l’altro.
Si evidenziano tuttavia alcune scene che lasciano davvero un segno, nel bene o nel male: il lungo discorso del giovane contro la violenza e i condizionamenti arcaici della società; i dettagli dei vetri colorati della chiesa, moderni ma molto espressivi; il dolcissimo canto della tartaruga che vola, interpretato da un coro di bambini bravissimi in costume etnico; il mercato lungo i binari del treno, che viene rapidamente spostato al passaggio del mezzo (e chissà che cosa significa fare il mercato sui binari?); lo scalone con le pareti rosse e le enormi figure umane dipinte in bianco; la scena della cattura dei prigionieri distesi in terra. Da citare infine la scena finale dello sparo, che è stata girata in una prigione di Bucha, la città diventata tristemente famosa per le atrocità commesse nei primi tempi dell’invasione del 2022 dell’Ucraina da parte della Russia.

Nel film sono inseriti spezzoni originali degli archivi VHS dell’Ucraina degli anni ’90, che il regista ha studiato in anni recenti, e dichiara: «Il 1996 non è che un granello di sabbia nella storia, ma è di fondamentale importanza per l’Ucraina. In quel periodo, ad esempio, è stata attuata una riforma valutaria che ha introdotto l’hryvnia in sostituzione del coupon/karbovanets. Tra il ’95 e il ’96, l’Ucraina si inoltre impegnata ad abolire la pena di morte, stabilendo in seguito una moratoria sulle esecuzioni.
La pena capitale è stata formalmente abolita solamente nel 2000, pertanto le condanne a morte sono state emesse fino a quella data, ma non sono state più eseguite. L’ultima esecuzione risale alla seconda metà degli anni ’90. Tuttavia queste sono semplici informazioni, un elenco di eventi storici che forse sarebbe adatto a un documentario. Io però non avevo intenzione di girare un documentario o di narrare e rappresentare la verità effettiva di quei giorni. In fondo, il film non pretende di essere una rappresentazione della realtà. È invece una sorta di una stilizzazione di quel periodo, dello spirito dell’epoca e della vita quotidiana delle persone».