Lezioni di Suono – Tre incontri con Salvatore Sciarrino

Un’antologia del pensiero musicale di Salvatore Sciarrino -uno dei compositori contemporanei più rilevanti in assoluto- narrata al pubblico, in tre concerti, da Sciarrino stesso, presso la Sala dei Giganti del Palazzo Liviano a Padova: è questa l’importante iniziativa di divulgazione artistica che ha contraddistinto la fase finale della stagione 2015-16 dell’OPV – Orchestra di Padova e del Veneto, la prima curata dal Maestro Marco Angius.

Angius è uno specialista del repertorio novecentesco e contemporaneo, che frequenta con costanza in qualità di direttore d’orchestra, e non solo. I segni di questo impegno interpretativo sono evidenti nei programmi che l’OPV ha offerto durante i mesi passati: i concerti si sono spesso trasformati in occasioni per far conoscere al pubblico musica estranea alle tradizionali logiche del repertorio. Questo, tuttavia, è avvenuto con molta attenzione nei confronti delle necessità dell’ascoltatore; a cui si sono offerte introduzioni divulgative ma competenti, volte a guidare verso la comprensione di linguaggi sonori meno familiari.

Il trittico di concerti con protagonista Sciarrino ha dichiaratamente guardato ad illustri precedenti come gli Young People’s Concerts di Leonard Bernstein, nonché a esperimenti già tentati dalla stessa OPV (i concerti divulgativi “Lessico Classico”), distinguendosi però con autorevolezza e originalità. Il ciclo di appuntamenti ha rappresentato infatti una sintesi ottimale del “metodo” comunicativo in crescita presso l’OPV. Si è trattato di un itinerario ordinato cronologicamente, dal classicismo viennese all’epoca presente, e dalla difficoltà d’ascolto crescente (sempre considerando quelle che sono le abitudini d’ascolto medie del pubblico).

Il primo appuntamento, il 21 aprile è stato un “punto di partenza” per molteplici ragioni: si è affrontato Wolfgang Amadeus Mozart, colui che l’immaginario collettivo evoca immediatamente quando si parla di musica “classica”, e lo si è fatto parlando degli inizi del compositore, all’epoca in cui, irripetibile bambino prodigio, questi immaginava brevi brani (forse per tastiera) in taccuini oggi conosciuti come Quaderni londinesi, avendo alle spalle solo nove anni di vita. Nelle sregolatezze fantasiose di quei frammenti Sciarrino, prendendo parola accanto all’orchestra, ha colto segni visionari. Il bambino Mozart, secondo Sciarrino, «vedeva le Furie», inoltrandosi nel futuro della musica. È con questa idea che Sciarrino ha trasformato i Quaderni londinesi in saggi delle sue ricerche sul suono dell’orchestra, dimostrando con efficacia l’esistenza di una continuità tra quel passato e il suo presente di autore.

L’idea della continuità nella ricerca musicale, e del ruolo illuminante del passato, si è ulteriormente rivelata durante il concerto del 12 maggio. Accanto all’Idillio di Sigfrido di Richard Wagner, l’OPV ha eseguito una elaborazione orchestrale del brano pianistico Sposalizio di Franz Liszt. Al pubblico si è presentato anche l’originale, nell’esecuzione di Alessandro Cesaro, procedendo a una serie di immediati confronti con i momenti fondamentali dell’elaborazione di Sciarrino, già suonata dall’OPV il 24 ottobre 2015 in apertura di stagione concertistica. Rivelando dettagli minuti del suo lavoro di orchestratore, Sciarrino ha spiegato in che modo Sposalizio possa essere interpretato come un ponte teso tra classicismo, romanticismo e modernità, pur risalendo al 1837: appena dieci anni dopo la morte di Ludwig Van Beethoven. Quest’ultimo, secondo Sciarrino, è presente in diversi frammenti di Sposalizio, accanto a presagi di Claude Debussy e forse di un esotismo orientale già proiettato verso la fin de siècle; il che motiva, ad esempio, l’uso in orchestra di inaspettati sonagli indiani.

Il 19 maggio, infine, Sciarrino ha illustrato la sua stessa musica: ma l’indagine sulla continuità tra presente e passato della musica è rimasta al centro dell’attenzione. Così è stato per il primo brano, un ingegnoso fuori programma: una versione di Sciarrino della canzone del 1933 Deep Purple, di Peter DeRose e Mitchell Parish. In questa, Sciarrino ha voluto far apprezzare una melodia «che forse nemmeno Giacomo Puccini avrebbe saputo concepire di simile ampiezza», coniugata a contaminazioni imprevedibili, eppure perfettamente funzionanti, con accompagnamenti desunti dalle romanze del ciclo Shéhérazade di Maurice Ravel. Nei quattro intermezzi dall’opera lirica Luci mie traditrici (1998) si è poi incontrato di nuovo lo Sciarrino orchestratore, inteso però come chiave d’accesso, finalmente, al suo stile di compositore. Dopo la trascrizione di un’elegia di Claude Le June (1608), la medesima è stata ripresentata in tre variazioni consecutive, ciascuna più approfondita nell’esplorare le nascoste potenzialità sonore di una solenne melodia barocca. I timbri si sono fatti via via più sperimentali e rarefatti, passando per gli aspri battimenti di due sassofoni appositamente scordati, le cupe aure rimbombanti di una lamina d’acciaio sospesa (strumento a percussione tra i prediletti di Sciarrino) e, soprattutto, le pulsazioni enigmatiche, quasi “cardiache”, emesse da un fagotto mediante la semplice percussione dell’ancia da parte della lingua del musicista.

Il lungo itinerario si è concluso con Efebo con radio, per voce e orchestra. Sciarrino ha qui assunto infine la veste di autore completo; tuttavia, la ricerca sonora d’avanguardia sulla voce e i timbri orchestrali, sintesi di almeno un cinquantennio di esperienze italiane e non solo, è in Efebo con radio veicolata da un espediente che rende immediatamente comprensibile a qualsiasi pubblico il senso delle sonorità più anomale. Tutto il brano è spiegato infatti come esito dell’esplorazione di frequenze radio tramite un vecchio apparecchio, da parte di un ragazzo curioso: l’efebo del titolo, il quale altri non è che Sciarrino stesso, da bambino: poetica conclusione per un percorso che aveva esordito con Sciarrino alle prese con l’infanzia di Mozart. Con tale pretesto, gli scarti improvvisi tra timbri vocali e modi d’articolazione, abilmente resi dalla cantante Anna D’Errico, hanno fatto incontrare il lascito di Luciano Berio e Cathy Berberian con la vivida e familiare immagine di un “gioco” con la manopola della radio, tipico dell’orizzonte sonoro contemporaneo, fatto di tecnologie capaci di aprire improvvise “finestre” su realtà molto lontane tra loro, creando relazioni inconsuete e illuminanti. Un po’ come ha fatto Sciarrino nel corso di tutte le sue Lezioni di suono, indicando al pubblico una via alla comprensione del contemporaneo nell’ascolto degli echi vividi del passato.