L’Ospite del titolo è Guido, un quarantenne che gira di divano in divano, da casa dei genitori a casa degli amici, A/R, perché in crisi con la compagna. Il divano è uno status symbol; o comunque un punto di arrivo, in negativo (dopo una litigata) o in positivo (sinonimo di relax). E Guido, un po’ come quasi tutti i suoi amici, lo sa bene: sospeso in quella fase in cui la mamma gli compra ancora la biancheria intima, ma al tempo stesso vorrebbe un figlio. Ma si può fare un figlio in condizioni di precariato, prima ancora di realizzarsi? Secondo Guido ci si può realizzare e contemporaneamente fare un figlio. Secondo Chiara, la sua quasi ex compagna, no. Ed è proprio l’idea di fare un figlio che mette in crisi la donna, e di conseguenza la coppia (essere solo tranquilli vuol dire essere felici?) che con due master si trova a lavorare come guida turistica.
Non se la passa bene nemmeno la carriera di Guido, precario universitario in perenne attesa che la titolare di cattedra gli faccia pubblicare il suo saggio su Calvino.
Di divano in divano, Guido, che mantiene un po’ l’egocentrismo di un bambino cresciutello, entra in contatto con il mondo dei suoi amici, con tutti i loro problemi e segreti, e con l’età dei suoi genitori, che avanza.
Scritto dal regista con Roan Johnson, Davide Lantieri e Marco Pettenello, il secondo lungometraggio di Duccio Chiarini è una precisa, ironica, tragicomica messa a fuoco su una generazione in balia di sé stessa, che cerca di non naufragare nel mare della quotidianità.

L’Ospite è un film ben caratterizzato che con sorrisi a volte teneri, a volte amari, sa descrivere quella situazione di crisi esistenziale, quel pantano emotivo di chi sa bene di non avere più 20 anni e forse nemmeno 30. Duccio Chiarini osserva bene le dinamiche di questo gruppo di persone che, sociologicamente parlando dovrebbe definirsi “matura”. Il lavoro, la fine di un amore, il “pericolo” di fare un figlio ed essere retrocessa dai capi, la realizzazione personale e la fuga all’estero come ultima spiaggia per dare voce alla propria ambizione… tutto questo unito a – per usare le parole del regista – a battute d’arresto nel quale tuttavia ogni passo compiuto ci aiuta a comprendere qualcosa di più su noi stessi e nel quale un contributo fondamentale arriva dalle persone che incontriamo sul cammino, capaci di donarci un punto di vista diverso sulle cose per aiutarci ad arrivare a quella “guarigione” che all’inizio sembrava tanto lontana”.






