Matheuz torna alla Fenice con Petrušanskij

Si apre così il ciclo sinfonico dedicato a Schumann in accostamento al Quarto di Rachmaninov

Il Teatro La Fenice dedica un saluto con un concerto sinfonico al suo ultimo direttore musicale che dal 2015, a conclusione dei quattro anni di servizio, lasciò scoperto l’incarico. Per l’occasione, con la Seconda di Schumann l’istituzione veneziana ha inaugurato il nuovo ciclo, l’esecuzione integrale delle Sinfonie del compositore tedesco accanto al Quarto Concerto per pianoforte di Rachmaninov.

L’elemento che contraddistingue due opere così diverse tra loro è individuabile nella lunga e spesso difficoltosa gestazione verificatasi in un momento di accavallamento degli impegni compositivi dell’uno e strumentali dell’altro. Quelle che vengono spesso individuate come inadempienze strumentali per mano del mago dei timbri pianistici, derivano dunque da un periodo di scrittura a dir poco frenetico all’interno del quale Schumann sembra usasse incrociare l’elaborazione di varie contemporaneamente, mentre la crisi che stritola l’ispirazione di Rachmaninov a partire dal suo esilio americano sembra essere dettata più da esigenze esecutive, che vedevano il compositore al pianoforte con le sue maggiori opere, coincidenti con un momento di profondo ripensamento stilistico. Si discioglie così il mistero raccolto attorno alla Seconda Sinfonia di Schumann, qui proposta secondo la revisione di Mahler, e quella del Quarto di Rachmaninov, più volte ritoccato dal compositore stesso, che ha visto come solista Boris Petrušanskij, tra gli ultimi portavoce della storica scuola pianistica russa, nonché italiano d’adozione.

Ponendo a confronto queste nozioni di carattere storico con l’opera di riferimento, pur nella vivacità dell’esecuzione della Sinfonia di Schumann, alcuni scoppi orchestrali si sono rivelati dunque eccessivi considerando che il registro del piano si è avviato su frequenze ben più alte già nel suo primo movimento. Allo stesso modo, il Concerto pianistico nell’iniziale Allegro vivace rischiava di soffocare la parte del pianista attento a regalare al pubblico in sala i passaggi tematici più intensi ammorbiditi da profonda sensibilità, nonché costretto in alcuni punti ad imporsi a costo di qualche rigidità laddove il tessuto musicale premeva sul suo carattere drammatico.

Particolari che non hanno frenato assolutamente l’entusiasmo del pubblico, unito nel richiamare il solista sul palcoscenico pur di riuscire a strappargli i due corposi bis sulle note di Rachmaninov.