Ralph Rugoff ha presentato oggi alla stampa la 58. Esposizione Internazionale d’Arte, un intervento tranquillo ma deciso da parte del curatore di questa Biennale. Rugoff ha iniziato elencando alcune tra le maggiori tematiche sociali che stiamo affrontando in questi “interesting times” e cioè i confini nazionali, le migrazioni, l’ineguaglianza e la costante presenza del web nelle nostre vite, sottolineando il crescente fenomeno della “libera circolazione della disinformazione”. È sIgnificativo che proprio il titolo scelto per la Biennale sia in realtà un fake, una frase citata negli anni da importanti politici come Robert Kennedy e Hillary Clinton, ma essenzialmente una vecchia invenzione, non un reale anatema di origine cinese.

L’arte non può risolvere i problemi del mondo contemporaneo, ma – secondo Rugoff che cita Umberto Eco – l’arte ci spinge in un territorio unico dove la complessità diventa un valore. L’arte traccia percorsi nel frastuono del mondo, sentieri disseminati di domande da porsi e da porre per la creazione di un pensiero libero, aperto che offra degli strumenti validi per affrontare la nostra epoca e comprenderla più approfonditamente. Perché non esiste un’unica via. Questo è anche il motivo per cui Rugoff non suggerisce un tema per questa Biennale ma lancia una provocazione, lasciando libertà agli artisti di presentare le loro opere, esponendo in mostra tesi e antitesi. Convinto che non si possa conoscere un artista basandosi solo su una sua creazione, il curatore ha chiesto ai partecipanti di presentare due opere diverse che saranno poi collocate in spazi differenti (lo spazio “tragico” – secondo Baratta – dell’Arsenale contrapposto al bianco essenziale del Padiglione Centrale). Una novità per la Biennale che servirà a scatenare il dibattito nel pubblico.

Le opere esposte affronteranno argomenti attuali come muri, confini, doppie identità, realtà e identità alternative. Il curatore sostiene la necessità di “rimettere in discussione i nostri punti di riferimento”, per questo gli artisti che espongono in mostra ci inviteranno a osservare la realtà da più punti di vista, unendo tra loro anche elementi apparentemente contraddittori. Per non finire come gli abitanti del romanzo fantascientifico The City & the City di China Miéville in cui i cittadini di due città sovrapposte geograficamente vivono ignorandosi a vicenda, un esempio per rendersi conto che “a volte viviamo in un mondo diverso perché noi stessi decidiamo di non vedere”.

L’intervento prosegue con la proiezione di una serie di opere che saranno presenti in mostra, da installazioni che utilizzano diversi media a dipinti (per l’occasione il curatore definisce la pittura uno zombie, dato che ogni volta sembra morta ma poi ritorna sempre in auge). Nelle slide che si susseguono si parla di temi scomodi come gioventù assassinata (il muro messicano che diventa scultura di Teresa Margolles) e altri atti di violenza (le tele di Henry Taylor), di stereotipi (le fotografie di Zanele Muholi riguardo l’identità delle donne nere) o superstizioni (l’installazione multimediale di Korakrit Arunanondchai); si passa da opere in cui i corpi delle persone sono l’elemento centrale (gli autoritratti di Mari Katayama o i video in cui Alex Da Corte inscena diversi ruoli) a tele dai soggetti evanescenti in cui un mix di tecniche crea un’arte al confine tra diverse categorie. In ogni caso la parola chiave è il dialogo, l’esposizione diventa un momento di scambio di idee e visioni. In un mondo in cui tutti i confini cambiano costantemente, la Biennale si divide in due per dimostrare che non esiste un unico mondo. “L’arte – conclude Rugoff – è porsi delle domande, non convincere le persone a seguire un punto di vista, ma impegnarsi a pensare tutti in modo più complesso.”