Film d’apertura di Orizzonti, Nonostante di Valerio Mastandrea è un’opera seconda che si pone per certi versi agli antipodi rispetto all’esordio, e fa registrare un passo indietro nella traiettoria autoriale – appena cominciata, nella veste di regista – del poliedrico artista romano, di cui rappresenta una manifestazione monodimensionale, anodina, appiattita sulle convenzioni produttive e narrative del cinema nostrano di largo consumo.

In coma da tempo imprecisato, la condizione di totale immobilità del nostro protagonista senza nome – lo stesso Mastandrea – si accompagna a una libertà mai provata prima: sospeso nel limbo tra l’aldiquà e l’aldilà, in compagnia dei suoi compagni di reparto, è infatti in grado di valicare le barriere fisiche di questo mondo. Unico limite, un vento impetuoso che cerca di tirare a sé, verso la fine, coloro che da questo limbo sembrano non volersene andare. Ma l’arrivo di una nuova paziente, – Dolores Fonzi (coprotagonosta femminile in The Summit di Santiago Mitre, già in Concorso a Venezia con Argentina, 1985) –, nella stanza che fino a poco fa era tutta sua, lo porterà a riscoprire sentimenti che credeva ormai perduti e a voler trovare un modo per cui questo legame non abbia a dissolversi nel nulla.
Accostato da alcuni a La linea verticale (2018), la serie scritta e diretta dal compianto Mattia Torre in cui l’esperienza del tumore – il medesimo male che di lì a un anno avrebbe stroncato l’autore romano – è raccontata dal punto di vista sarcastico di un Mastandrea esasperato dal ricovero, Nonostante presenta un piglio decisamente meno ironico e sottile, relegando la narrazione a una condizione di sottotono perpetuo, al punto da far passare la peculiare condizione di Mastandrea e compagni – una sorta di purgatorio in terra – in secondo piano. Se, come dichiarato dal regista in un’intervista, l’idea era quella di raccontare una storia d’amore servendosi «di uno spartito semplicissimo», dove la condizione dei personaggi «è metafora dei momenti della vita in cui stare fermi, immobili», è purtroppo altrettanto vero che l’immobilismo è la cifra del film stesso.
Complice la volontà del personaggio principale di far sì che le cose non cambino, Nonostante è un film che manca di momenti climatici e topici, dotato di un simbolismo fin troppo ingenuo e giocato su un tira e molla con la controparte femminile che si affida a una scrittura più vicina alla fiction patinata che non al film d’autore. E dire che il duo Mastandrea-Audenino – tra le sceneggiature che portano la firma di quest’ultimo, ricordiamo Padrenostro di Claudio Noce, in concorso a Venezia77 – è lo stesso dietro l’opera prima Ride.

A tal proposito, vale la pena notare come l’operazione intellettuale di Ride, dove la morte sul lavoro di un padre di famiglia serviva quale premessa per un ragionamento sul contrasto tra la condizione di chi se ne è andato e la necessità di essere “presente” per chi resta – come il figlio che, con un certo cinismo, si esercita a recitare la parte dell’orfano nella speranza di ottenere un’intervista, o ancora la moglie alla quale, anziché il ruolo di vedova addolorata, è richiesto di interpretare quello di burocrate, dal funerale alle disposizioni testamentarie –, venga qui completamente disattesa.
In altre parole, il coma e le esperienze extracorporee a questo annessi non sembrano altro che un espediente per far sì che il romance possa giungere quanto prima a compimento, senza che ciò porti i ricoverati a una vera considerazione esistenziale, né il pubblico a dar peso alle implicazioni nel mondo dei vivi – che ne è dei loro cari? In che misura il limbo è preferibile al risveglio?
Volendo azzardare un paragone, sarebbe come se After Life (1998) di Kore’eda si concentrasse esclusivamente sulle relazioni del personale addetto al ricevimento delle anime, rinunciando in partenza ad approfondire la loro particolarissima mansione, e con essa i disturbanti interrogativi che pone.
Termine che pure si è usato in apertura, parlare di “traiettoria” a un’opera seconda può essere prematuro. Certo è che da uno dei ribelli del cinema italiano – e tale in quanto ai ribelli deve la sua formazione, da Caligari a Ferrario, passando per il Virzì più prolifico – era lecito aspettarsi di più che una variazione non richiesta su un genere ormai abusato. Dimenticabile.












