Cruveball è un termine mutuato dal gioco del baseball, che indica un particolare effetto della palla, e, più in generale, un evento complicato. Cruveball è anche il nome in codice dato a Rafid Alwan, informatore segreto per il governo tedesco dal 1999 per la ricerca delle armi di distruzione di massa in Iraq, che raccontò fatti di pura invenzione. Ma era anche il titolo di questo film, prima che fosse stato temporaneamente proibito di usarlo, poche ore prima della presentazione dalla Berlinale 2020: perciò, nella sezione Special Gala, usci come “Ohne Titel” (senza titolo).

Una scritta all’inizio del film indica: “È una storia vera. Purtroppo”. I tedeschi chiedono ancora una volta scusa al mondo per un errore che poteva esser rimediato, ma non lo è stato e ha causato –  con la decisiva collaborazione degli USA – distruzioni e migliaia di morti, a causa di una guerra mossa su motivazioni fasulle. Noi oggi leggiamo quel “purtroppo” che è davvero troppo poco: vedendo il film infatti ci rendiamo conto di quanto assurdi siano i cortocircuiti politici che portano a creare il male anche dove non c’è. Gli eventi dell’11 settembre 2011 sono stati poi la scintilla che, sulla fascina di quelle invenzioni, ha acceso una guerra di ritorsione.

Il film, una via di mezzo tra commedia e caustica satira politica, è condotto con grande equilibrio e aderenza ai fatti, pur nella libertà della fiction. Interessante è il rapporto dei due uomini sui due fronti opposti, l’ingegnere tedesco Arndt Wolf, esperto di armi biologiche, e il suo corrispettivo iracheno Rafid Alwan, un rifugiato disperato sedicente ingegnere anche lui, che ammetterebbe – e ammette – qualunque cosa  pur di ottenere un passaporto tedesco. Le interpretazioni di entrambi i personaggi sono molto convincenti, grazie alla duttilità anche mimica e facciale rispettivamente di Sebastian Blomberg e Dar Salim. E va precisato che se la figura di Arndt Wolf è una finzione, ancorché verosimile, Rafid Alwan esiste davvero e vive tuttora protetto e sotto copertura in Germania.

Il quarantanovenne regista tedesco Johannes Naber ha saputo creare una dramma teso, interessante e avvincente, anche se su fatti noti, almeno in parte. Un film di produzione tedesca che ha una valenza di monito universale.