Pontifex-Un ponte tra la misericordia e la speranza è il nuovo film diretto da Daniele Ciprì presentato alla Festa del Cinema di Roma nella categoria Special Screening e realizzato in occasione del Giubileo in corso, pensato partendo dal soggetto di Massimo Maria de’ Cavalieri.

La pellicola rientra nella categoria dei documentari sebbene non abbia le canoniche caratteristiche del genere. Si alternano infatti immagini e materiali di repertorio inediti provenienti dall’archivio della Santa Sede e fornite da Vatican Media e dall’Istituto Luce che ci introducono ad uno sguardo sul presente alternato da una parte fiction.

Il film si apre con una ripresa dell’Istituto Luce della Chiesa di San Pietro, l’immagine pian piano assume colore e viene sovrapposta alla medesima inquadratura realizzata oggi. Centrale nella narrazione è sicuramente la figura di S.E.R. monsignore Fisichella, voce autorevole della Chiesa Cattolica, il quale viene intervistato, affrontando varie e ampie questioni etico-morali, come la riflessione e i dubbi sull’esistenza di Dio nei momenti di difficoltà e di dolore, ad altre più contemporanee come il rapporto con l’intelligenza artificiale. Viene inoltre ricordato ricorrentemente Papa Francesco e i suoi cosiddetti ”venerdì della Misericordia’’, ovvero incontri organizzati dal Papa per l’Anno Giubilare della Misericordia (2015-2016), con, ad esempio, visite presso ospedali e case d’accoglienza.

La particolarità del film, tuttavia, è che a spezzare la narrazione documentaristica viene inserito un racconto dialogico teatrale che vede protagonisti tre personaggi allegorici: la Speranza (Rosella Brescia), il Suicida (Gianni Rosato) e il Mondo (Cesare Bocci). Tra dialogo e massime, racconti e parabole si instaura un discorso sull’umanità e sulle grandi domande del nostro tempo ma anche del passato. Registicamente il film è vario. Per quanto riguarda la parte maggiormente documentaristica, di intervista e di repertorio presenta inquadrature semplici ed essenziali, per la parte teatrale la scelta è quella di immergere tutto nel buio e far emergere esclusivamente le figure allegoriche, giocando in alcune parti molto con il montaggio. Si denota qui la scelta di una fotografia più semplice così da porre l’attenzione sulla parola e sul messaggio piuttosto che sull’immagine.